CREDIT CRUNCH IN CAMPANIA .
di Mario Bartiromo
La Banca d’Italia ha diffuso dati allarmanti nel suo recente rapporto sul sistema bancario. La flessione dei prestiti alle imprese è stata pari al 4% su base annua. Si tratta di un calo percentuale storico .
L’allarme non deve sorprendere. Il problema c’è ed è innegabile. nta liquidità concessa dalla BCE , niente credito. E’ il paradosso dell’attuale fase di mercato. Amara. Per le banche e le imprese. Che hanno visto, queste ultime, venir meno oltre 30 miliardi di prestiti nello spazio di pochi mesi. Numeri crudi e nudi che testimoniano della forte stretta creditizia in atto nel Paese.
Non vi sono responsabilità dei banchieri ?
Certo c’è più di una ragione ad aver indotto le banche a tirare il freno a mano. E’ il contrappasso della stagione del credito facile, quando tra il 2003 e il 2008 il tasso dei prestiti correva alla media del 8-9%. Molto di quel credito è stato dato male o meglio concentrato male, come dimostrano vari casi eclatanti.
Ora le Banche preoccupate dalla recessione e dalle continue svalutazioni nei loro conti fanno marcia indietro. E se erogano credito lo fanno a condizioni insostenibili.
In Campania e a Napoli la situazione è ancora più preoccupante. La consapevolezza di dover mutare la relazione tra banca e impresa c’è. Bisogna recuperare quella capacità di selezionare ìl credito che si è perduta nel tempo con fusioni affrettate e piani industriali distanti dal territorio. Unicredit , IntesaSanpaolo e MPS devono concorrere con la loro azione a creare i presupposti di una politica industriale dal basso di cui si sente grande necessità. La chiusura del rubinetto dei prestiti è certo figlia delle obiettive difficoltà dell’economia ma è anche l’effetto perverso di una cultura bancaria che ha perso la presa sul territorio.
Nella nostra Regione una piccola impresa con un medio merito di credito finisce per pagare tassi tra il 7-9% con punte che superano l’11%. Meglio rinunciare se possibile. E così tra offerta che langue e domanda che fugge, da tassi ai limiti dell’usura, ecco servito su un piatto d’argento il credit crunch alla meridionale.
Ma il problema è ancora più acuto. C’è il problema del credito deteriorato sommerso. Che dovrà prima o poi venire alla luce e ristrutturato con intelligenza sia da parte delle banche che delle imprese. Le imprese dovranno presentare piani di rientro fattibili e le banche dovranno concedere, se non vogliono rischiare di perdere l’intero credito per il crack delle imprese, condizioni di tasso accessibili attorno al 2-3%. O si fa così o si rischia una nuova ondata di fallimenti.
Per sbloccare la situazione invece di scrivere manifesti ed organizzare convegni passerelle sarebbe opportuno assumere impegni reciproci tra gli attori in campo come l’Abi e la Confindustria.
Per superare questa situazione critica, rilanciando l’edilizia e dando la possibilità a famiglie e giovani di comprare casa a condizioni sostenibili, occorrerebbe un intervento pubblico ponte che, attraverso la creazione di strumenti di partneriato pubblico-privato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, consenta di riattivare un circuito di positività e fiducia, almeno finchè il mercato non riprenda a dare fondi a lungo termine.
Mi sembra una proposta valida. Altrimenti si continuerà a restare fuori da ogni soluzione sperando di leccarsi in santa pace le proprie ferite come la difficoltà di raccolta sul medio termine.
Mario Bartiromo
Responsabile Centro Studi “ Ferdinando Galiani “.