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Appello della CGIL di BENEVENTO.

Notizia n° 113   del: 06-07-2010 [16:08]   Autore: Raffaelepirozzi
 

APPELLO DELLA CGIL DI BENEVENTO



Ciò che sta accadendo in Libia è a dir poco vergognoso!

Il sito di informazione “Fortress Europe – L’Osservatorio sulle vittime dell’emigrazione”, in data 30 giugno 2010 riportava la notizia di circa 300 eritrei detenuti in Libia, parte dei quali già precedentemente respinti in mare da Lampedusa.

Nel 2009 l’Italia ha riconosciuto l’asilo politico o la protezione sussidiaria a 1325 eritrei.

Tuttavia, da quando sono attive le nuove procedure di respingimento, queste persone vengono prese in carico dalle autorità libiche senza riuscire ad avere notizie certe sulla loro destinazione.

Le condizioni in Libia sono tremende, lo sono per condizioni di vita nei campi di detenzioni, per l’inosservanza delle convenzioni internazionali, per la corruzione e il ricatto delle autorità.

Alla “linea dura” del Governo che così facendo affida a un regime totalitario il controllo dei flussi migratori, portando alla violazione delle norme basilari delle convenzioni internazionali dei diritti umani, opponiamo i racconti di chi fugge dagli orrori della guerra e della fame e nell’avvicinarsi alle coste libiche imbatte nella polizia del colonnello. Uomini e donne picchiati, a volte uccisi, imprigionati e rivenduti al traffico di uomini.

Quello che chiediamo è che non si taccia: la Repubblica italiana ha il dovere di affrontare le sue responsabilità in questa vicenda!

Il nostro obbiettivo è diffondere consapevolezza, coscienza, dare voce e dignità al coraggio dei migranti africani.

Facciamo appello a tutte le forze politiche, Autorità Locali, Istituzioni affinché si presentino quanto prima interrogazioni parlamentari al fine di garantire rispetto assoluto dei diritti umani.

Non giriamo le spalle, l’indifferenza è un virus.







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Salute e sicurezza: Sempre peggio per Giovani, Donne e Migranti.

Notizia n° 112   del: 03-07-2010 [11:40]   Autore: Raffaelepirozzi
 

SALUTE E SICUREZZA : INFORTUNI, SEMPRE PEGGIO PER GIOVANI, DONNE E MIGRANTI

I risultati dell’indagine “In Regola” realizzata dall’Ires. L’economia sommersa vale 200 miliardi di euro. Un quarto del reddito prodotto in Italia non è non dichiarato al fisco. Come le scarse tutele portano a più incidenti professionali: dati e proposte

di Maurizio Minnucci

Circa 200 miliardi di euro, l'equivalente di otto manovre correttive come quella che si sta discutendo in Parlamento, non sono dichiarati al fisco. Un “tesoretto” composto principalmente di lavoro sommerso, che da solo vale il 17% del Pil e coinvolge oltre tre milioni di persone, di cui il 72 per cento nei servizi. Sono alcuni risultati del dossier “In Regola, emersione e legalità per lavoro sicuro”, il progetto del ministero del Lavoro per il quale l’Ires Cgil ha svolto la parte della ricerca in collaborazione con l’Università Link Campus e l’Istituto di formazione Elea.

Il popolo dei senza contratto né tutele, precisa lo studio presentato il 30 giugno a Roma, è talmente vasto che può essere definito “strutturale”, ed è “inevitabilmente destinato ad accentuarsi” nella crisi arrivando a pesare “come un oggettivo fattore di ostacolo alla crescita economica e sociale”. Dal confronto tra le aree considerate (Bari, Napoli, Venezia, Milano e Roma) emerge anche come il mondo del sommerso sia diventato il primo ‘tentacolo’ della criminalità organizzata, fenomeno non più circoscrivibile nelle aree meridionali né limitabile al pizzo, allo spaccio di droga e alla prostituzione. L’ampia indagine dell'Ires, svolta tra il 2008 e il 2010, raccoglie anche le buone prassi riferite a 25 casi d'imprese e azioni selezionate come esempi positivi di contrasto all’irregolarità.

Non solo questione economica
. I rapporti di lavoro senza regole sono infatti, tra l'altro, una delle cause dei troppi incidenti sul lavoro (oltre mille le vittime ogni anno) in Italia, dal momento che il sommerso si traduce spesso in una maggiore esposizione ai rischi. Al fenomeno è dedicato un capitolo del volume, curato da Daniele Di Nunzio, che analizza gli effetti dell'alta disoccupazione e dequalificazione tra giovani, donne e migranti. Ecco alcuni dati emersi: nel 2008, 45 lavoratori su mille al di sotto dei 34 anni hanno subito un infortunio, contro i 33 della fascia 35-64 anni e i 25,6 casi tra gli over 65. Ma a rischiare di più sono i migranti: le statistiche parlano infatti di oltre 60 infortuni ogni mille lavoratori stranieri contro i 42,9 circa degli italiani. L'altro dato messo in evidenza dall'Ires riguarda le differenze di genere: tra il 2006 e il 2008 l’incremento dello 0,9% degli occupati maschi si è infatti tradotto in una diminuzione dell’8% nel loro numero d’infortuni; al contrario, il +3,2% del numero di occupati tra le donne è stato accompagnato da un aumento dello 0,5% del numero di infortuni.

Il numero degli infortuni ai danni di lavoratori dipendenti si è ridotto dell’8,4% in quattro anni, è questo è il dato positivo. Tuttavia, il fenomeno per i lavoratori atipici ha seguito un andamento opposto, facendo segnare un incremento del 17,7%. “La distribuzione dei rischi è diseguale - sottolinea Di Nunzio - per cui alcuni individui sono meno tutelati di altri, e sono proprio quelli che occupano le posizioni più marginali nei processi produttivi”. In sostanza, i progressi non toccano tutti alla stessa maniera e lasciano in disparte proprio i soggetti più deboli. Problema che riguarda soprattutto le aziende di piccole dimensioni. “Ciò accade perché occupano posizioni più esterne e marginali nella filiera produttiva - osserva il ricercatore -, per cui questi lavoratori operano in una posizione di subalternità rispetto all’azienda centrale o committente, anche nel mercato nazionale. Non a caso il maggiore tasso d’infortuni si registra nelle aziende piccole e in quelle di tipo artigianale”.

In conclusione alcune proposte. La competitività delle aziende può essere tutelata solo attraverso il superamento del dumping socio-economico che punisce chi tenta di essere virtuoso, lasciandolo ai margini, mentre le posizioni dominanti sono spesso occupate da chi viola le leggi e scarica su altre aziende le proprie responsabilità. “Alla stessa maniera - conclude al riguardo il dossier Ires -, la salute e la sicurezza dei lavoratori può essere tutelata solo attraverso il superamento della marginalità e della frammentazione, mirando a un’affermazione del diritto lungo tutta la filiera produttiva”.


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Immigrati : Presentato il rapporto di Ism, Censis e Iprs.

Notizia n° 111   del: 17-06-2010 [11:28]   Autore: Raffaelepirozzi
 

IMMIGRAZIONE. PRESENTATO IL RAPPORTO DI ISMU, CENSIS E IPRS SUI PERCORSI LAVORATIVI

L’ITALIA IMMOBILE RIDIMENSIONA IL SOGNO DEGLI IMMIGRATI SEMPRE PIÙ SIMILI AGLI ITALIANI: IL 32% HA LAVORATO IN NERO, SONO IN CERCA DI STABILITÀ, TROVANO LAVORO GRAZIE AL PASSAPAROLA, 3 SU 10 GUADAGNANO MENO DI 800 EURO AL MESE

Roma, 17 giugno 2010 – Vivono in Italia in media da 7 anni, hanno titoli di studio paragonabili a quelli della popolazione italiana (il 40,6% è diplomato o laureato, rispetto al 44,9% degli italiani), nel 32% dei casi hanno sperimentato in passato forme di lavoro irregolare (dato che sale al 40% al Sud), e oggi il 29% fa l’operaio, il 21% è colf o badante, il 16% lavora in alberghi e ristoranti, con una retribuzione netta mensile che nel 31% dei casi non raggiunge gli 800 euro. È questo il ritratto degli immigrati che lavorano nel nostro Paese che emerge dall’indagine svolta su un campione di circa 16 mila stranieri da Ismu, Censis e Iprs per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Siamo sempre più una società multietnica. Gli immigrati presenti in Italia sono poco meno di 5 milioni, aumentati negli ultimi quattro anni di quasi 1,6 milioni (+47,2%), con un forte incremento sia dei residenti (+56,5%), sia dei regolari che non risultano ancora iscritti in anagrafe (+48,7%). Gli irregolari sono invece 560 mila, pari all’11,3% degli stranieri presenti sul nostro territorio.

Il 77% degli immigrati maggiorenni svolge un’attività lavorativa regolare. Più di due terzi sono impiegati nel settore terziario, nell’ambito dei servizi (40,7%) e del commercio (22,5%). I mestieri più ricorrenti sono: addetto alla ristorazione e alle attività alberghiere (16%), assistente domiciliare (10%, ma 19% tra le donne), operaio generico nei servizi (9%), nell’industria (8,3%, ma 11,5% tra gli uomini) e nell’edilizia (8%, ma 15,3% tra gli uomini). Tra le figure meno diffuse vi sono quelle più qualificate: le professioni intellettuali (2,4%), gli operai specializzati (2,2%), i medici e paramedici (1,7%), i titolari di impresa (0,5%) e i tecnici specializzati (0,2%).

Dal punto di vista della condizione lavorativa, prevalgono gli occupati a tempo indeterminato (sono il 49,2% del totale), il 24,8% ha un impiego a tempo determinato, il 9,7% svolge un lavoro autonomo o ha un’attività imprenditoriale.

La metà degli immigrati che lavorano in Italia dichiara di percepire una retribuzione netta mensile compresa tra 800 e 1.200 euro, il 28% ha un salario inferiore, compreso tra 500 e 800 euro, il 3% guadagna meno di 500 euro. Solo il 13,3% ha una retribuzione netta mensile che va da 1.200 a 1.500 euro, e appena l’1,2% guadagna più di 2.000 euro.

I risultati dell’indagine sfatano il mito secondo il quale gli immigrati sono coinvolti in forti processi di mobilità sociale: l’Italia non è l’America per loro. Prevalgono i percorsi di mobilità orizzontale (il 66,6% dei cambiamenti di lavoro non determina una modifica sostanziale della loro posizione sociale), solo nel 21,5% dei casi si verificano percorsi di mobilità ascendente e nell’11,9% il cambiamento porta addirittura a un peggioramento della propria condizione lavorativa. I fenomeni di dequalificazione professionale e mobilità discendente risaltano ancora di più se si considera che il 59,8% degli stranieri che lavorano in Italia aveva già una occupazione nel Paese di origine.

Le carriere lavorative degli immigrati sono piuttosto semplici, composte da una sola esperienza di lavoro (nel 33% dei casi) o al massimo due (40,4%), il 19,2% dichiara di aver cambiato tre impieghi e soltanto il 7,4% quattro o più occupazioni. Generalmente le loro esperienze di lavoro si concludono a seguito del presentarsi di un’offerta più vantaggiosa (39,9%), per il mancato rinnovo di un contratto a tempo determinato (17%), a causa di un licenziamento (16%) o a seguito della chiusura dell’azienda presso la quale sono impiegati (4,6%).

L’indagine evidenzia una prevalenza dei canali informali di accesso al mercato del lavoro, tra i quali al primo posto si trova il passaparola, attraverso il quale il 73,3% dei lavoratori stranieri dichiara di aver trovato l’impiego attuale (e la percentuale sale tra quanti svolgono lavori poco qualificati o di cura e assistenza alle persone). Seguono gli intermediari privati e le agenzie di lavoro interinale (9%), le parrocchie (6,1%) e i sindacati (2,9%). Sono poco efficaci le inserzioni sui giornali o su Internet, attraverso le quali ha trovato lavoro solo il 2,9% degli immigrati, ma anche i Centri per l’impiego (1,9%). Questi rappresentano però un presidio territoriale dove il 30% degli immigrati si reca per cercare informazioni, compiere adempimenti burocratici, usufruire dei servizi offerti.

Il requisito fondamentale per raggiungere la piena integrazione degli stranieri è la conoscenza della nostra lingua, acquisita dalla maggior parte dei lavoratori immigrati. Il 42,8% ne ha una conoscenza sufficiente, il 33,1% buona, l’8,9% ottima, mentre il livello di apprendimento è ancora insufficiente solo per una minoranza pari al 15,1%.

 

Questi sono i principali risultati della ricerca sui percorsi lavorativi degli stranieri immigrati realizzata da Ismu, Censis e Iprs per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, resi noti oggi a Roma durante il convegno di presentazione in cui sono intervenuti, tra gli altri, il Direttore Generale del Censis Giuseppe Roma, il Segretario Generale dell’Ismu Vincenzo Cesareo, il Presidente dell’Iprs Raffaele Bracalenti, il Direttore Generale della Dg Immigrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Natale Forlani, il Segretario Generale della Confartigianato Cesare Fumagalli, il Segretario Generale della Coldiretti Franco Pasquali, con le conclusioni del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maurizio Sacconi.



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200 Immigrati sistemati dal comune di Napoli.

Notizia n° 110   del: 01-05-2010 [07:18]   Autore: Raffaelepirozzi
 

200 IMMIGRATI SISTEMATI DAL COMUNE DI NAPOLI



Esprime soddisfazione la CGIL Napoli per la sistemazione - da parte del Comune - dei 200 immigrati dello stabile di via dell'Avvenire a Pianura in uno spazio a via Brin.
"Si tratta di richiedenti asilo e immigrati regolari sgomberati nei giorni scorsi da un edificio pericolante a Pianura a seguito del crollo di via Gianturco. Ora il Comune ha predisposto il loro trasferimento in una struttura dignitosa e adeguata" commenta la CGIL Napoli.
"Per una metà di essi - conclude la CGIL - il comune ha già individuato una nuova sistemazione permanente, nei prossimi giorni saranno individuate soluzioni adeguate anche per gli altri".
Lo scorso 27 aprile l'amministrazione comunale aveva promosso un incontro con le organizzazioni sindacali e le associazioni per discutere della situazione ndegli immigrati dello stabile di via dell'Avvenire. Predisposta, nei prossimi giorni la sua demolizione.


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Nessuno pensa alle Badanti.Perché?

Notizia n° 109   del: 26-04-2010 [17:58]   Autore: Raffaelepirozzi
 



MIGRANTI

NESSUNO BADA ALLE BADANTI

La storia di Bianca, Gina e le altre. Romene: colf e tuttofare. Tengono in piedi le famiglie italiane. Cosa ricevono in cambio? Paghe da fame e minacce. “Speravo molto di più. Volevo un figlio. Ma come posso allevarlo se non sono sicura del salario?”

di Alina Harja e Guido Melis

Pubblichiamo un estratto dal libro di Alina Harja e Guido Melis, Romeni. La minoranza comunitaria decisiva per l’Italia di domani, Rubbettino Editore. Un’analisi a 360 gradi della presenza romena nel nostro Paese. Un testo indispensabile per la comprensione del fenomeno.

Bianca, 26 anni, minuta, bionda, è arrivata in Italia circa quattro anni fa. Si è lasciata alle spalle Braşov, una delle città più belle della Romania, in cerca di un lavoro più retribuito, ma anche per stare vicino alla famiglia che viveva già in parte in Italia: il padre faceva il muratore a Napoli, mentre la sorella era badante presso una famiglia romana, dove si prendeva cura di un’anziana signora di 83 anni. Ed è stata appunto lei, la sorella, a trovarle lavoro come colf, sempre a Roma. La sua datrice di lavoro (“la padrona”, dice lei), una donna separata di 49 anni con 3 figli, lavorava come medico presso uno dei grandi ospedali della capitale.

Racconta Bianca: “Quando sono arrivata non parlavo l’italiano, anche se lo capivo a grande linee. Anche perché in Romania io guardavo Rai Uno in televisione. Sono arrivata in Italia con un visto turistico di tre mesi, ma ho iniziato a lavorare subito in questa famiglia. La padrona mi ha promesso che presto mi avrebbe messo in regola”.

Tutto regolare, si direbbe. Ma una volta scaduto il visto turistico la datrice di lavoro inizia a minacciarti.


“Era terribile! – ci dice, e le trema un po’ la voce nel ricordare –. Se prima mi prendevo liberi il giovedì pomeriggio e la domenica, come tutte le altre, dopo che il mio visto è scaduto non potevo praticamente più uscire di casa. La signora mi diceva che, se la polizia mi avesse preso, mi avrebbe rispedito a casa con tanto di interdizione. Io la imploravo di mettermi in regola, come aveva promesso, ma lei mi minacciava che mi avrebbe denunciato ai carabinieri. Praticamente da quel momento ho iniziato a lavorare non stop. Molto raramente mi capitava di poter uscire. Ero come murata in casa. Sedici ore al giorno, curando i tre figli della signora e pulendo una casa di 200 metri quadri. La giornata tipo iniziava alle sei di mattina: preparavo la colazione, i vestiti per i bimbi. Poi li vestivo e li accompagnavo a scuola. Tornata iniziavo a pulire casa, a fare il bucato, a stirare, a preparare il pranzo. Dovevo fare anche i compiti con i bambini… Insomma mi svegliavo prima di tutti e andavo a dormire per ultima. E tutto per una paga di 550 euro al mese”.

Ma c’è di più…


“La signora aveva un compagno che dormiva anche lui qui. Un giorno, mentre lei era al lavoro e i bambini a scuola, quest’uomo ha provato a violentarmi. Mi sono spaventata e l’ho graffiato. Alla signora non ho detto nulla, anche perché non mi avrebbe mai creduto. Lui mi ha minacciata che mi avrebbe denunciata se non facevo quello che diceva lui. È stato molto difficile, in quel periodo. Anche perché non avrei mai ceduto alle sue avance. Ma poi un’amica mi ha detto che lui non avrebbe avuto il coraggio di denunciarmi perché avrebbe messo nei guai anche la signora. In fondo lei ospitava una clandestina”.

Nemmeno l’entrata della Romania nella Comunità europea ha migliorato di molto le cose.


“Mi ricordo bene quella sera. Ero felice e ho brindato con Coca Cola con i bambini. La signora era andata a una festa. La mia situazione sarebbe cambiata del tutto. Non ero più clandestina, non dovevo più vivere nella paura e sotto minaccia. Quella spada di Damocle sarebbe stata finalmente eliminata. Purtroppo però sono successe una serie di cose brutte e siamo stati subito additati come criminali. La signora mi diceva sempre che tanto la Romania sarebbe stata espulsa della Comunità, che noi romeni siamo tutti degli zingari, e le romene tutte delle poco di buono. A un certo punto però le ho risposto: “Saremo pure delle poche di buono, ma almeno un cuore noi ce l’abbiamo”. Si è arrabbiata e mi voleva licenziare. Francamente, forse sarebbe stato pure meglio. Non mi importava, all’epoca. Ero stufa di subire le sue umiliazioni. Poi quando ha visto che io facevo sul serio si è data una calmata. Poi le ho chiesto di mettermi in regola, altrimenti me ne sarei andata. Allora lei mi ha presentato un contratto di lavoro e io l’ho firmato. Solo che in seguito ho scoperto che non l’aveva registrato e che non aveva pagato nessun contributo. Ma intanto mi aveva tolto dei soldi dallo stipendio con la scusa di pagarmi i contributi.

Quando è uscita la legge che parlava dei 500 euro da pagare per mettere in regola le badanti e le colf, mi ha licenziato. Mi ha praticamente buttata in strada. E quando ho cercato di protestare mi ha picchiato, anche. Mi ha dato uno schiaffo, perché dice che le mancavo di rispetto. Io le ho fatto causa e l’ho denunciata ai carabinieri. Adesso se ne occupa un amico, sindacalista romeno. Tante volte non sappiamo neanche i diritti che abbiamo. Io sono stata fortunata a conoscere questo ragazzo, che mi ha detto come devo comportarmi. Ma tante di noi non lo sanno. Adesso? Adesso lavoro a ore. Mai più fissa”.

Qualche dato

Negli ultimi anni nessuno, come le donne romene (e quelle ucraine), ha saputo intercettare il bisogno di assistenza (e di una assistenza prestata con particolare attenzione, cura e familiarità) tanto diffuso in una società come quella italiana, sempre più invecchiata dall’inizio degli anni Duemila. In assenza di reti assistenziali moderne e di un efficace sistema assicurativo privato (che in Italia non c’è mai stato), l’emergenza-vecchiaia è ancora una volta delegata alla famiglia, che, a sua volta, vi provvede attraverso l’antica figura della collaboratrice domestica: domiciliata presso l’anziano assistito (e quindi in pratica in servizio 24 ore su 24), dotata di una sua pragmatica capacità di adattarsi a tutte le situazioni contingenti, spesso sorretta da un istintivo sentimento della solidarietà che si porta dietro come retaggio della famiglia allargata contadina nella quale è cresciuta. Le badanti che arrivano dall’Ucraina sono il 21%, e quelle romene il 16,4%. Seguono, distanziate, le filippine (il 9,5%), le polacche (il 7%), le ecuadoriane (il 6,4%), le marocchine (il 5,7%) e infine le peruviane (il 5%). I salari sono molto variabili, così come le condizioni di vita (che possono o no comprendere l’ospitalità presso l’assistito, il vitto, ecc.). Comunque, in base al contratto Inps, chi cura gli anziani è retribuito in Italia con 4,2 euro all’ora (retribuzione di base, insistiamo a dire).

Altre storie

Anche Gina, 53 anni, di Botoşani, racconta una storia molto simile. È venuta in Italia nel 2000. Ora vive a Firenze e lavora insieme al marito presso una famiglia di architetti. Lui fa il giardiniere.

“All’inizio sono venuta da sola. Un’amica mi aveva trovato lavoro come badante di un signore di 85 anni, a Milano. Lui non era autosufficiente. Gli facevo tutto, gli cambiavo anche i pannoloni. Tutti i giorni, quando mi sedevo a mangiare lui iniziava a gridare che voleva essere cambiato. Puoi immaginare che gusto aveva il cibo per me. Ovviamente ero assunta in nero, senza assicurazioni. Ero insomma clandestina, si dice così? Tutte le volte che uscivo per strada avevo paura degli uomini in divisa, anche se vedevo quelli della sicurezza nella metro. Ho passato così due anni, non ce la facevo più. Poi alla fine ho avuto fortuna: ho trovato una famiglia a Firenze, sempre tramite un’amica. Loro mi hanno messo in regola. Mi trovo bene, adesso. Poi ho fatto venire mio marito e mia figlia. Ci occupiamo – io e mio marito – anche dei loro genitori. E viviamo con loro”.

Ad Arezzo, nel pieno della provincia italiana (e sia pure nella civilissima Toscana) tutto si fa più difficile. Incontriamo Maria e Alina, poco più di vent’anni. Una sposata con un ragazzo romeno, operaio edile, anche lui giovanissimo; l’altra ancora in famiglia con i genitori. I loro sogni, le loro idee, le insofferenze e le speranze sono le stesse delle loro coetanee italiane. Sono venute dalla Romania rurale con il mito del posto fisso, magari commesse nei grandi magazzini o – chissà? – studentesse universitarie a part-time. Vanno invece a servizio a ore nelle case dei benestanti aretini, non sempre assicurate come la legge vorrebbe, spesso sottopagate. Vivono lavorando, anche duramente. La domenica s’incontrano tra loro nella ristretta cerchia degli immigrati romeni. Molti dei loro sogni di giovani ragazze sono svaniti.

Ci dice Maria, carina, bruna, ben truccata, un italiano perfetto:

“Speravo molto di più. Volevo un figlio, con il mio Ian. Non posso permettermelo. Con chi lo lascerei per andare al lavoro? E poi come posso pensare di allevarlo se non sono sicura del salario? Sto invecchiando (ride, insieme all’amica che la ascolta), passano gli anni e non so se cambierà”.

E Alina, intervenendo:

“Qui le vetrine sono piene di cose belle e la passeggiata in centro, la sera del sabato, di ragazze della nostra età ben vestite e carine. Noi le guardiamo. Non abbiamo molti amici di Arezzo, amici italiani dico: ce ne stiamo molto tra di noi…”. Storie di delusione. Di ordinario sfruttamento, anche, in un Paese che vanta una delle legislazioni a tutela del lavoro più moderne d’Europa. Ma l’immigrazione, persino quella comunitaria, rientra a stento nelle tutele sindacali: fa storia a sé.





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La minore età per sei dei nove clandestini della Nave Dora V.

Notizia n° 108   del: 16-04-2010 [17:07]   Autore: Raffaelepirozzi
 

RICONOSCIUTA LA MINORE ETA' PER SEI DEI NOVE IMMIGRATI CLANDESTINI DELLA NAVE VERA D.


Esprimono soddisfazione CGIL Campania e CGIL Napoli per il riconoscimento da parte del giudice di pace di Brindisi Mario Gatti della minore età per sei dei nove extracomunitari trovati il 7 aprile nel porto di Napoli a bordo della Vera D. "I sei - informa CGIL Brindisi - resteranno a Brindisi e saranno ospitati in una struttura protetta (SPRAR)".
"Il successo di quanto accaduto - commentano CGIL Campania e CGIL Napoli - è il frutto della sinergia tra azione sindacale e movimenti a difesa della democrazia e dei diritti umani in questo paese".
"La CGIL Campania e la Camera del lavoro di Napoli hanno immediatamente allertato la Camera del lavoro di Brindisi affinchè venisse organizzato un sit- in contro quanto accaduto a Napoli e la decisione di portare tutti e nove i ragazzi della Vera D nel CIE di Brindisi", continua.
"Un sit in  a cui hanno partecipato associazioni, attivisti ed esponenti del mondo politico ed istituzionale, a cui va il ringraziamento di tutta la CGIL", aggiungono.
"Ora - afferma la Confederazione - ci impegneremo per i tre maggiorenni che resteranno al CIE. Per loro è già stato predisposto il ricorso in Cassazione per le irregolarità procedurali". 

 


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Sulla sorte dei 9 Immigrati della nave Vera D. continua la mobilitazione anche in Puglia.

Notizia n° 107   del: 15-04-2010 [15:49]   Autore: Raffaelepirozzi
 

SULLA SORTE DEI NOVE IMMIGRATI : LA MOBILITAZIONE CONTINUA ANCHE IN PUGLIA.



"Continueremo in Puglia a mantenere un collegamento con le associazioni, le istituzioni e i movimenti affinchè non cada l'attenzione sulla sorte dei 9 extracomunitari della Vera D". E' quanto ha affermato la CGIL Campania, durante la conferenza stampa indetta dal Forum antirazzista oggi alle 12 presso il caffè letterario Intramoenia. All'incontro sono intervenuti, tra gli altri, anche il segretario regionale del PD Campania Vincenzo Amendola, l'assessore alle Politiche Sociali del Comune di Napoli Giulio Riccio, Alex Zanotelli. Presente anche Annamaria Carloni.
"Abbiamo già allertato la Camera del Lavoro di Brindisi - continua la CGIL Campania - affinchè vigilino sulle condizioni dei nove ragazzi e coinvolgano anche la categoria dei medici perchè siano fatti accertamenti seri".
"Quanto è accaduto in questi giorni a Napoli - ha continuato CGIL Campania - è un fatto di grandissima importanza che rappresenta un caso senza precedenti: è la prima volta che a dei clandestini è consentito di scendere su suolo italiano. Ciò dimostra che esiste ancora una coesione di movimenti in grado di produrre azioni, di resistere e di far fronte ad una legge, quella sull'immigrazione, iniqua, prodotto di un furore ideologico immotivato".
"La responsabilità principale di quanto accade - ha denunciato il forum antirazzista - è del Ministro Maroni. La CGIL ha saputo dei 9 ragazzi a bordo soltanto dopo 5 giorni e senza la mobilitazione dei portuali non saremmo mai stati a conoscenza della loro presenza". "Per i nove è stato deciso il respingimento a priori, senza alcun accertamento sulla loro identità e senza notifica del provvedimento" ha aggiunto il forum.
"Abbiamo scoperto che tale comportamento è abituale nel porto di Napoli ed è per questo che riteniamno sia necessaria la presenza di un'autorità garante nei porti in grado di informare e dare supporto a quanti chiedono di essere accolti in Italia".
"Abbiamo presentato un esposto contro quanto accaduto e contro la decisione di inviare i nove extracomunitari della Vera D al CIE di Brindisi" ha continuato il forum.
"Ci troviamo di fronte ad una violazione dei diritti umani e dei minori. Sei di essi hanno infatti dichiarato di essere minorenni. Senza poi dimenticare che la procedura di respingimento è avvenuta senza avvertire gli interessati, senza informarli dei loro diritti e senza intermediatori culturali".
"Quello dell'asilo negato - ha denunciato il forum - è un fenomeno in crescita. La vicenda è stata gestita molto male dalla questura di Napoli e gli scontri di ieri ne sono l'ulteriore conferma".
"Anche la decisione di portare i nove al CIE piuttosto che allo SPRAR nonostante la dichiarazione di disponibilità all'occoglienza dal Comune di Napoli - ha proseguiito il forum - dimostra che c'è stato un intervento diretto da parte delle alte sfere del Ministero per bloccare la procedura di accoglienza".
"Tutto ciò è in linea con l'ideologia della Lega e di Maroni che ha già annunciato - conclude la CGIL Campania - la creazione di nuovi CIE, veri e propri lager, in Campania, Abruzzo e Toscana a cui ci opporremo con tutte le nostre forze".

 


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