INCIDENTE LAVORO A SAPRI: TAVELLA (CGIL SALERNO), FS GARANTISCANO SICUREZZA
- "I vertici delle Ferrovie dello Stato, oltre a pensare unicamente a tagliare i treni e penalizzare i pendolari, dovrebbe fare un serio investimento sui temi della sicurezza". Questo il commento del segretario generale della Cgil di Salerno, in merito all'incidente sul lavoro avvenuto nei pressi della stazione di Sapri. Tavella esorta le Fs ad "intervenire urgentemente per garantire l'incolumità degli operai, vista la cadenza insopportabile con la quale si verificano incidenti sui rami ferroviari del Paese".
“Complimenti vivissimi a questo governo. Il governo dei fallimenti, prima Alitalia e ora Tirrenia. Ci avevano dato mille rassicurazioni solo qualche settimana fa sulla buona riuscita della gara. Oggi sono scomparsi e non sanno far altro che i notai. L'unica soluzione che ipotizzano è quella che a rimetterci siano i soliti: gli italiani che pagano le tasse'. Così in una nota Matteo Mauri, della segreteria Pd e responsabile Trasporti e Infrastrutture per il partito.
Per non parlare, aggiunge l'esponente del Parito democratico, “delle migliaia di dipendenti che sono con il fiato sospeso in attesa del loro futuro. Non può e non deve finire così. Si faccia di tutto per riaprire la gara. Anche facendo ricorso come governo e dando certezze sui finanziamenti futuri. Si lascino le porte spalancate non solo ai capitali italiani, ma anche a quelli stranieri. Il rischio altrimenti è altissimo. Si rischia lo spezzatino, le tratte meno remunerative scoperte e tutti i debiti a carico dello Stato”.
CONFRONTO TRA AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE E COMITATO DELL'ACQUA PUBBLICA.
di Mena Moretta
Nel pomeriggio del 23 luglio u.s. una delegazione composta da Mena Moretta referente provinciale Comitato Acqua Pubblica e rappresentante nell’occasione anche del Coordinamento delle Associazioni Casertane, Enzo De Angelis dell’Associazione Cruna, Biagio Napolano dell’Arci Caserta, Lorenzo Riviello del Comitato Acqua Pubblica, Ranieri Vitagliano di Speranza per Piedimonte, ha incontrato il Presidente della Provincia Domenico Zinzi per un confronto sui temi critici della gestione risorse idriche in Terra di Lavoro. Mena Moretta ha manifestato le preoccupazioni dell’intero coordinamento di associazioni che da tempo sono impegnate sul territorio nel promuovere una cultura di tutela e governo sostenibile della risorsa acqua. Tra esse quella che chiama ad un impegno concreto l’A.P. nell’affrontare il regime transitorio permanente dell’Ato5, ambito istituito con la finanziaria regionale del 2006, a tutt’oggi non attivo nei fatti e inadempiente in merito alle procedure attese. L’On. Zinzi si è mostrato perfettamente consapevole della gravità dell’ inerzia amministrativa, in relazione alla quale all’assemblea dell’Ato 2 Napoli-Volturno vengono convocati la stessa Provincia di Caserta e tutti i sindaci dei 104 comuni, anche se afferenti per legge regionale all’Ato 5, di manchevole definizione dal 2006. Infatti il Presidente ha comunicato di avere recentemente inviato una nota saliente e perentoria alla volta dell’Ato 2, e per conoscenza alla Regione, precisando la volontà alla partecipazione ad assemblee dell’ente che avessero all’odg solo l’ordinaria amministrazione dello stesso (come il bilancio al consuntivo prossimamente proposto da approvare per normativa di legge) e non scelte estranee alla gestione del SII del territorio provinciale casertano. Pertanto l’assemblea dell’Ato 2 programmata per il 26 luglio con all’odg l’affidamento all’Arin SpA dell’acqua della città di Napoli che avrebbe richiesto il voto favorevole della Provincia, scelta fortemente avversata dal comitato acqua pubblica campano,è stata sospesa (ufficialmente per istituire un improbabile tavolo tecnico per “approfondire gli strumenti giuridici più adeguati per garantire la gestione pubblica dell´acqua”). L’on. Zinzi ha auspicato di operare un’efficace azione di indirizzo per una legge regionale, che i presenti rappresentanti delle associazioni si attendono favorevole ad una gestione pubblica della risorsa acqua, anche alla luce della soppressione degli Ato stessi voluta dalla L. 42 del 26.03.10.Altri due argomenti cruciali per il territorio provinciale sono stati oggetto di discussione: il rischio di privatizzazione vissuto nello scorso anno dal Conzorzio idrico di Terra di Lavoro e il risanamento ambientale non più derogabile del territorio dei Regi Lagni al fine di restituire al più presto all’intero tratto costiero del Litorale Domitio la balneabilità a tutt’oggi gravemente compromessa. Su entrambi il Presidente ha dichiarato di garantire una attenta vigilanza e impegno nell’interesse degli utenti del servizio idrico e dell’ambiente. L’incontro si è concluso con l’auspicio delle associazioni interessate, e la disponibilità confermata dell’on. Zinzi, ad essere in futuro coinvolte nelle procedure di informazione relative ad un governo delle risorse idriche di qualità, con il minor impatto nefasto per l’interesse generale che possa garantire la politica e i tecnici dell’ amministrazione provinciale.
Finalmente arriva qualche buona notizia dall’interno del PD casertano. Infatti,nell’assemblea tenuta al Vanvitelli il commissario Ciro Cacciola ha proposto due obiettivi di base per la “rifondazione” dei democratici in Terra di Lavoro: rilanciare l’iniziativa politica a partire dai contenuti programmatici e puntare ad un forte insediamento territoriale dei circoli per il tesseramento.
Con onestà ed intelligenza politica va detto che il primo nodo critico da sciogliere riguarda il basso livello di fiducia tra cittadini ed istituzioni a cui siamo giunti nella nostra provincia (ma anche in tante altre realtà campane e meridionali) per responsabilità dei precedenti gruppi dirigenti. Come sostiene Achille Flora, la politica deve dimostrare una rinnovata capacità di ricostruire il “capitale sociale”, di cui c’è tanta carenza nel Mezzogiorno e che produce il vero divario rispetto al resto del Paese.
In coerenza con queste premesse viene offerta una prima occasione con l’assemblea pubblica promossa dal PD a Caserta per lunedì 12 pv sui temi dello sviluppo e della crisi economica e finanziaria, che si abbatte in modo drammatico sui giovani e sui soggetti più deboli. In questa direzione va anche la proposta lanciata dal movimento sindacale per un patto tra forze sane e produttive, per un “lavoro più dignitoso”, per una crescita ecosostenibile e fondata sulla coesione sociale – in cui possono dare un contributo decisivo le associazioni datoriali, del mondo dell’artigianato, della cooperazione e del terziario.
In questa fase mi permetto di avanzare una proposta al PD e all’opera meritoria del commissario Cacciola: aprire un nuovo fronte di dialogo, di ascolto e di confronto con il Forum Terzo Settore, con il mondo del volontariato, con la fitta rete di associazioni attive sul nostro territorio (laiche e cattoliche). E’ grazie al loro impegno quotidiano – vedi le storie e le narrazioni raccolte nel sud che resiste ed in altre pubblicazioni – che nella nostra provincia si è costruita una rete di solidarietà, di lotta e di protagonisti per affermare la cultura della legalità e del riscatto sociale.
Gli esempi sono tanti: dal movimento di giovani intorno a Libera e al Comitato don Diana nell’aversano, dai circoli giovanili e di promozione sociali dell’Arci e delle Acli, dal volontariato per anziani dell’Auser, degli immigrati di Jerry Essan Masslo, degli ambientalisti come Lipu, Legambiente, CAI, Cruna, Italia Nostra e di tante altre associazioni di promozione sociale e culturale. E’ da queste risorse che può nascere un nuovo tessuto di vera cittadinanza e di partecipazione politica responsabile, più consapevole.
Su questi obiettivi si più integrare la missione educativa delle scuole (sempre più aperte ed autonome), della stessa università e dei centri di formazione continua per offrire nuove opportunità di apprendimento permanente, di crescita culturale, dei saperi critici, delle conoscenze e delle competenze lungo tutto il corso della vita. Un ruolo forte potrà averlo l’uso delle nuove tecnologie,a partire dai nuovi strumenti di comunicazione in rete come internet, da usare in modo critico e più attrattivo, soprattutto per coinvolgere i giovani.
Da qui possono trarre nuova linfa le classi dirigenti del futuro per costruire una più moderna ed efficace governante delle istituzioni e degli enti locali, capace di rimotivare i cittadini alla partecipazione attiva nella vita pubblica. Per questa via si può dare corpo ai nuovi valori del federalismo solidale e della sussidiarietà, in base a cui rilanciare un nuovo meridionalismo in un Paese più coeso e più unito.
LEGGE BAVAGLIO : INTERCETTAZIONI IN AULA A FINE LUGLIO
La decisione dei capigruppo a Montecitorio: il ddl sarà esaminato il 29 luglio, subito dopo la manovra. Il Pd: “Una forzatura sbagliata”. Fini: “Decisione irragionevole, è solo puntiglio”. Tutto pronto per la manifestazione del primo luglio
Il Parlamento voterà il ddl sulle intercettazioni telefoniche prima dell’estate. Quella che in molti definiscono la legge-bavaglio, dunque, arriverà in aula alla Camera il prossimo 29 luglio e sarà esaminata subito dopo la manovra economica. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo a Montecitorio.
La richiesta di calendarizzare il ddl intercettazioni alla fine di luglio arriva dai gruppi di maggioranza, ed è stata accolta dalla presidenza della Camera. A nulla è servito il no dell'opposizione. I tempi non saranno contingentati trattandosi di primo calendario.
“Questo vuol dire – ha spiegato il capogruppo del Pd Dario Franceschini - che il testo non verrà assolutamente votato a luglio ma che sarà necessario arrivare alla prima settimana di agosto. E' una cosa non logica: serve solo a comprimere l'esame della manovra per un testo che comunque sarà modificato e dovrà tornare al Senato. Insomma, è una forzatura sbagliata”. La scelta del centrodestra non va giù nemmeno ai centristi. Dall'Udc Michele Vietti lancia un appello alla maggioranza: “fare una questione di puntiglio significa far spegnere la voglia di dialogare anche in chi quella voglia ha sempre dimostrato di averla”. Quella della conferenza dei capigruppo sarebbe stata definita una “decisione irragionevole”, anche da Gianfranco Fini. Lo riferisce l’agenzia Ansa, secondo la quale il presidente della Camera avrebbe affermato: “E’ probabile che il voto finale finisca comunque a settembre, considerato che alla Camera probabilmente ci saranno modifiche”. Fini, avrebbe poi ribadito che mettere in calendario quel testo a fine luglio “è solo un puntiglio”. Tuttavia, avrebbe precisato lo stesso Fini, questo ragionamento politico non lo autorizzava a mettere il testo direttamente nel calendario di settembre: facendolo sarebbe, infatti, “venuto meno al proprio dovere istituzionale” visto che la maggioranza dei gruppi chiedeva l'esame del testo a luglio.
Dai banchi del centrodestra, però, si respinge ogni accusa. “Nessuna prova di forza, è assolutamente improprio parlare di forzature”, afferma il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto. “Quel testo - sostiene – è stato 14 mesi alla Camera, poi parecchi mesi al senato e ora torna in terza lettura e in commissione si stanno facendo pure le audizioni. Andare a chiuderne l'esame entro la prima settimana di agosto è nell'ordine delle cose”.
Intanto crescono di ora in ora le adesioni alla protesta organizzata per il primo luglio contro il ddl intercettazioni. La manifestazione principale si terrà a Roma, dalle ore 17 alle 21. Ci saranno giornalisti, giuristi e personaggi dello spettacolo, per ricordare le tante notizie che con questa legge sarebbero state oscurate, come le morti di Federico Aldrovandi e di Stefano Cucchi, i fatti del G8 di Genova e del terremoto dell’Aquila, la tragedia dei morti per l’amianto e la strage di Ustica. Il tutto andrà in onda online su un vasto network di tv e radio che hanno deciso di dare voce alla protesta. Rassegna.it darà la diretta video della manifestazione. Anche RadioArticolo1 seguirà l'evento. Altre iniziative, poi sono state organizzate in tante città italiane, da Nord a Sud, e anche all’estero. Migliaia finora sono state le adesioni.
INVITO ALLA LETTURA: GIORGIO AMENDOLA. GLI ANNI DELLA REPUBBLICA 1945-1980.
di Gianni De Falco, direttore Ires Campania.
Il 28 dicembre del 1964 il Parlamento italiano eleggeva il quinto Presidente della Repubblica italiana. Si trattava del leader socialdemocratico Giuseppe Saragat. L’elezione del padre della socialdemocrazia italiana era un avvenimento di grande importanza poiché segnato da due fattori nuovi. Per la prima volta un socialista (benché moderato, ma sempre socialista, come ebbe a dire il comunista Armando Cossutta) saliva al Quirinale e ciò avveniva con i voti determinanti del Partito Comunista Italiano.
Erano stati proprio i comunisti, gli storici rivali di Saragat, a volerne e ad essere determinanti per la sua elezione alla massima carica repubblicana. Fin dalle prime votazioni di quella lunga battaglia quirinalizia del 1964 il Pci aveva puntato a far eleggere alla Presidenza della Repubblica Saragat, che vedeva una “garanzia democratica” per il Paese dopo l’ambigua e mai chiarita del tutto Presidenza Segni, infestata da dossier, generali con il monocolo e “rumor di sciabole”.
Per tutte le 21 votazioni necessarie ad eleggere il nuovo Capo dello Stato, il Pci seppe costruire, attorno alla figura dell’ormai anziano statista piemontese, un fronte compatto composto dai voti dei “Grandi elettori” comunisti, socialisti, socialdemocratici e repubblicani che, alla fine, convinse anche la Dc (almeno nella sua componente morotea), il Pli e le minoranze linguistiche (Svp e Uv) ad eleggere Giuseppe Saragat Presidente della Repubblica.
Eppure neanche il Pci era inizialmente compatto sul nome di Saragat. L’ala sinistra capeggiata da Pietro Ingrao avrebbe preferito un accordo con il mondo cattolico per eleggere Amintore Fanfani, in nome di un vasto accordo anticapitalista.
Ma così non fu perché nel Partito Comunista operò a favore di Saragat uno dei massimi dirigenti del Pci: Giorgio Amendola.
Cosa avesse Amendola a perorare (fino alla vittoria) la causa dell’antico rivale socialdemocratico fu chiaro fin da subito: l’unità di tutte le forze socialiste in nome del movimento operaio. Fu lo stesso Amendola a dichiararlo. A poche ore dall’elezione di Saragat, infatti, propose la nascita di un partito unico dei lavoratori in cui si fossero sciolti il Pci, il Psi, il Psdi (partiti che avevano votato per Saragat) e il Psiup (partito che non aveva concesso i propri voti al neo eletto Capo dello Stato).
«Il fatto è che Giorgio Amendola - spiega lo storico - era un politico che aveva una grande forza, non tanto razionale quanto intuitiva». Forse ha ragione un altro storico, Massimo Salvadori, quando dice che allora la complessità politica del personaggio, del comunista Amendola, va letta tutta nel suo timore per «il disordine e l'ingovernabilità» nel Paese, nel partito e nel mondo. Già, un mondo che era allora spaccato in due. «E le preoccupazioni di Amendola - concorda Macaluso - altre non erano se non quelle del presidente degli Stati Uniti, come quelle di Andreotti e di Cossiga. Nonché dell'Unione Sovietica». Dunque, nel 1964 aveva torto Luigi Longo nel definire Amendola «un avventato improvvisatore».
Giorgio Amendola è stato uno dei massimi dirigenti del Pci nel corso di tutta la sua vita. Lo è stato negli anni della clandestinità, del confino e, dopo la caduta del fascismo, nella direzione della Resistenza armata nel Nord, e poi, nella fase dei governi di unità nazionale e delle lotte per la terra e la riforma agraria nel Mezzogiorno, che lo videro protagonista. E si deve a lui, che dopo Pietro Secchia guidò la decisiva Commissione di Organizzazione se il Pci, anche negli anni della più dura contrapposizione con la DC, non scivolò mai nelle secche del settarismo e della chiusura. Fu un grande dirigente insomma.
E’, tuttavia, un personaggio in qualche misura tragico. Nel senso che riuscì a individuare e mettere a fuoco, prima e meglio di altri, alcuni problemi che la vicenda politica italiana avrebbe successivamente imposto con forza, ma che il PCI non seppe o non volle affrontare in tempo.
La tragicità del personaggio non sta tuttavia soltanto nella sconfitta o nelle sconfitte subite (tutti i leader politici conoscono vittorie e sconfitte) ma nella impossibilità/incapacità di organizzare attorno a quelle proposte una coerente battaglia interna. E tuttavia questa impossibilità era scritta nello stesso codice genetico del partito al quale egli apparteneva. Nel vecchio Pci era impensabile, infatti, organizzare una propria corrente e condurre una propria battaglia di minoranza. A questa regola anche Giorgio Amendola, riformista in anticipo sui tempi, si adeguò disciplinatamente, correndo il rischio di deludere almeno una parte dei suoi seguaci.
Nella rievocazione della figura di Giorgio Amendola e del ruolo da egli svolto come dirigente di primo piano del Pci, è forte il rischio di cadere in un errore di tipo “prospettico”. Il rilievo assunto da alcune sue celebri sfide politiche e culturali - prima fra tutte quella contenuta nel famoso articolo del 1964 in cui veniva proposta la confluenza di Pci e Psi in un nuova formazione non più comunista - può indurre a caratterizzare la sua esperienza di direzione politica come quella di un coraggioso innovatore che, tuttavia, per le resistenze conservatrici suscitate dalle sue proposte, o per il carattere eccessivamente anticipatore, non riuscì mai ad affrancarsi da una posizione minoritaria all’interno del suo partito.
Tuttavia un approccio di questo tipo sarebbe parziale, e non consentirebbe di comprendere appieno né il ruolo svolto da Amendola nel suo partito e nella vita politica italiana, né la funzione assolta dal Pci nella storia del nostro paese.
Giorgio Amendola. Gli anni della Repubblica 1945 - 1980
di Gianni Cerchia
Cerabona Editore, 2009
Il volume, opera biografica, è già il secondo che Cerchia dedica allo storico leader comunista, e padre fondatore della Repubblica, partigiano e fiero oppositore del regime fascista che aveva assassinato suo padre. Il libro ripercorre i circa 35 anni di impegno politico di Giorgio Amendola nella cosiddetta Prima Repubblica, protagonista molto spesso scomodo e ingombrante e coscienza critica.
INVITO ALLA LETTURA: GIORGIO AMENDOLA. GLI ANNI DELLA REPUBBLICA 1945-1980.
di Gianni De Falco, direttore Ires Campania.
Il 28 dicembre del 1964 il Parlamento italiano eleggeva il quinto Presidente della Repubblica italiana. Si trattava del leader socialdemocratico Giuseppe Saragat. L’elezione del padre della socialdemocrazia italiana era un avvenimento di grande importanza poiché segnato da due fattori nuovi. Per la prima volta un socialista (benché moderato, ma sempre socialista, come ebbe a dire il comunista Armando Cossutta) saliva al Quirinale e ciò avveniva con i voti determinanti del Partito Comunista Italiano.
Erano stati proprio i comunisti, gli storici rivali di Saragat, a volerne e ad essere determinanti per la sua elezione alla massima carica repubblicana. Fin dalle prime votazioni di quella lunga battaglia quirinalizia del 1964 il Pci aveva puntato a far eleggere alla Presidenza della Repubblica Saragat, che vedeva una “garanzia democratica” per il Paese dopo l’ambigua e mai chiarita del tutto Presidenza Segni, infestata da dossier, generali con il monocolo e “rumor di sciabole”.
Per tutte le 21 votazioni necessarie ad eleggere il nuovo Capo dello Stato, il Pci seppe costruire, attorno alla figura dell’ormai anziano statista piemontese, un fronte compatto composto dai voti dei “Grandi elettori” comunisti, socialisti, socialdemocratici e repubblicani che, alla fine, convinse anche la Dc (almeno nella sua componente morotea), il Pli e le minoranze linguistiche (Svp e Uv) ad eleggere Giuseppe Saragat Presidente della Repubblica.
Eppure neanche il Pci era inizialmente compatto sul nome di Saragat. L’ala sinistra capeggiata da Pietro Ingrao avrebbe preferito un accordo con il mondo cattolico per eleggere Amintore Fanfani, in nome di un vasto accordo anticapitalista.
Ma così non fu perché nel Partito Comunista operò a favore di Saragat uno dei massimi dirigenti del Pci: Giorgio Amendola.
Cosa avesse Amendola a perorare (fino alla vittoria) la causa dell’antico rivale socialdemocratico fu chiaro fin da subito: l’unità di tutte le forze socialiste in nome del movimento operaio. Fu lo stesso Amendola a dichiararlo. A poche ore dall’elezione di Saragat, infatti, propose la nascita di un partito unico dei lavoratori in cui si fossero sciolti il Pci, il Psi, il Psdi (partiti che avevano votato per Saragat) e il Psiup (partito che non aveva concesso i propri voti al neo eletto Capo dello Stato).
«Il fatto è che Giorgio Amendola - spiega lo storico - era un politico che aveva una grande forza, non tanto razionale quanto intuitiva». Forse ha ragione un altro storico, Massimo Salvadori, quando dice che allora la complessità politica del personaggio, del comunista Amendola, va letta tutta nel suo timore per «il disordine e l'ingovernabilità» nel Paese, nel partito e nel mondo. Già, un mondo che era allora spaccato in due. «E le preoccupazioni di Amendola - concorda Macaluso - altre non erano se non quelle del presidente degli Stati Uniti, come quelle di Andreotti e di Cossiga. Nonché dell'Unione Sovietica». Dunque, nel 1964 aveva torto Luigi Longo nel definire Amendola «un avventato improvvisatore».
Giorgio Amendola è stato uno dei massimi dirigenti del Pci nel corso di tutta la sua vita. Lo è stato negli anni della clandestinità, del confino e, dopo la caduta del fascismo, nella direzione della Resistenza armata nel Nord, e poi, nella fase dei governi di unità nazionale e delle lotte per la terra e la riforma agraria nel Mezzogiorno, che lo videro protagonista. E si deve a lui, che dopo Pietro Secchia guidò la decisiva Commissione di Organizzazione se il Pci, anche negli anni della più dura contrapposizione con la DC, non scivolò mai nelle secche del settarismo e della chiusura. Fu un grande dirigente insomma.
E’, tuttavia, un personaggio in qualche misura tragico. Nel senso che riuscì a individuare e mettere a fuoco, prima e meglio di altri, alcuni problemi che la vicenda politica italiana avrebbe successivamente imposto con forza, ma che il PCI non seppe o non volle affrontare in tempo.
La tragicità del personaggio non sta tuttavia soltanto nella sconfitta o nelle sconfitte subite (tutti i leader politici conoscono vittorie e sconfitte) ma nella impossibilità/incapacità di organizzare attorno a quelle proposte una coerente battaglia interna. E tuttavia questa impossibilità era scritta nello stesso codice genetico del partito al quale egli apparteneva. Nel vecchio Pci era impensabile, infatti, organizzare una propria corrente e condurre una propria battaglia di minoranza. A questa regola anche Giorgio Amendola, riformista in anticipo sui tempi, si adeguò disciplinatamente, correndo il rischio di deludere almeno una parte dei suoi seguaci.
Nella rievocazione della figura di Giorgio Amendola e del ruolo da egli svolto come dirigente di primo piano del Pci, è forte il rischio di cadere in un errore di tipo “prospettico”. Il rilievo assunto da alcune sue celebri sfide politiche e culturali - prima fra tutte quella contenuta nel famoso articolo del 1964 in cui veniva proposta la confluenza di Pci e Psi in un nuova formazione non più comunista - può indurre a caratterizzare la sua esperienza di direzione politica come quella di un coraggioso innovatore che, tuttavia, per le resistenze conservatrici suscitate dalle sue proposte, o per il carattere eccessivamente anticipatore, non riuscì mai ad affrancarsi da una posizione minoritaria all’interno del suo partito.
Tuttavia un approccio di questo tipo sarebbe parziale, e non consentirebbe di comprendere appieno né il ruolo svolto da Amendola nel suo partito e nella vita politica italiana, né la funzione assolta dal Pci nella storia del nostro paese.
Giorgio Amendola. Gli anni della Repubblica 1945 - 1980
di Gianni Cerchia
Cerabona Editore, 2009
Il volume, opera biografica, è già il secondo che Cerchia dedica allo storico leader comunista, e padre fondatore della Repubblica, partigiano e fiero oppositore del regime fascista che aveva assassinato suo padre. Il libro ripercorre i circa 35 anni di impegno politico di Giorgio Amendola nella cosiddetta Prima Repubblica, protagonista molto spesso scomodo e ingombrante e coscienza critica.