Guardiamo la TV
Ottimizzato per Explorer  Internet Expoler
Clicca sul video per visualizzare a schermo intero

Newsletter


Puoi Iscriverti o Cancellarti

::Politica::

Pagina 1 di 69: [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9] [>] [>>] Notizie totali: 482

Passagio all'Assistenza diretta: Lunedì 6 Settembre 2010 per 35 Giorni.

Notizia n° 482   del: Oggi alle [11:05]   Autore: Raffaelepirozzi
 

DA LUNEDI' 6 SETTEMBRE 2010 SOSPENSIONE DELL'ASSISTENZA DIRETTA PER 35 GIORNI E PASSAGGIO ALL'ASSISTENZA INDIRETTA.


di Raffaele Pirozzi


Nel totale silenzio sta passando la decisione della Federfarma Regionale dell'Assistena indiretta. Da lunedì 6 Settembre 2010 e per 35 giorni le medicine si pagano a Napoli in tutte le 730 Farmacie.

E' una vergogna che dopo le ferie e, da trenta anni, la storia si ripete e quelli che sono costretti a pagare sono solo i cittadini più deboli: Pensionati, degenti cronici, malati psichici e disoccupati.

Cosa dicono le Organizzazioni Sindacali -Tutte Le Organizzazioni Sindacali-, i Partiti Politici e le Istituzioni?

Io cittadino che ho pagato, in circa 40 anni della mia vita lavorativa, fior di quattrini alla Sanità il risultato è: Se si va in Ospedale tutto quello che ti viene offerto è un posto in barella e le medicine si pagano .

Vi è un'Autorità in grado di costringere i” Farmacisti a ripristinare l'Assistenza Diretta” e gli Ospedali a darsi un'Organizzazione consona ad un Paese civile?.

Quali controlli sono previsti per fare in modo che nella sanità non avvengono “ Ruberie” e “disorganizzazione”. Che cosa è stato fatto in trenta anni per evitare questo scempio?

    * Permalink Commenti [0]    Registrati e Commenta

Il Sorpasso della Cina.

Notizia n° 481   del: 31-08-2010 [18:29]   Autore: Raffaelepirozzi
 

IL SORPASSO.


Gianni De Falco, direttore Ires Campania



«La Cina è vicina!» Si diceva qualche anno fa a tono di minaccia o di avvertimento, ammonimento e presagio? La Cina è arrivata…

Il sistema economico internazionale registra in questi giorni il fatidico sorpasso della Cina ai danni del secondo colosso economico internazionale: il Giappone.

Il secondo trimestre della rendicontazione del Pil prodotto registra un valore di 1.339 miliardi di dollari a fronte di 1.288 miliardi di dollari prodotti dal Giappone.

D’altra parte la crescita media annuale del Sol Levante si è attestata, negli ultimi anni, tra lo 0,4 e lo 0,1% con una sostanziale stabilizzazione. Negli stessi anni la Cina ha registrato valori di crescita sempre attestati sulle due cifre, un vero e proprio record difficilmente eguagliabile.

La scalata alle classifiche dell’economia mondiale della Cina è cominciata circa dieci anni fa ed ha registrato una serie di tappe di “avvicinamento” alla vetta: nel 2001 supera il Brasile; nel 2004 supera l’Italia; nel 2007 supera la solidissima, fino a quel momento, Germania; quest’anno si celebra il raggiungimento del secondo posto scalzando il colosso economico giapponese, che lo occupava stabilmente fin dal 1968.

Molti avanzano l’ipotesi che ciò sia dovuto alla debolezza, voluta, della moneta cinese, lo “yuan”, che facilita gli enormi volumi di esportazione dei prodotti nazionali. A ciò si aggiunga il rallentamento di crescita dell’economia giapponese e… il gioco è fatto.

In realtà, questo risultato viene raggiunto grazie ad una accorta politica di investimenti partita successivamente ai fatti di Tienanmen e che, nel 2008, ha visto varare una serie di iniziative di investimenti e di provvedimenti per un totale di ben 580 milioni di dollari. Questa politica ha dato quasi da subito i suoi risultati: nel 2009 la Cina ha, infatti, superato la Germania come primo Paese esportatore al mondo e, nello stesso anno, ha scavalcato gli USA nel mercato dell’automobile.

Alcuni “detrattori” rilevano che il Pil procapite della Cina si attesta a soli 3.600 dollari/anno, agli stessi livelli di El Salvador e dell’Albania - nazioni notoriamente non floride - assai lontani dai 46.000 dollari/anno degli USA e che la crescita cinese si accompagna a notevoli problemi di natura sociale: scioperi, forte disuguaglianza del reddito, bolla immobiliare e processi di delocalizzazione di imprese verso altri Paesi (principalmente verso il Vietnam), tuttavia l’economista indiano Arvind Subramanian, del Peterson Institute for International Economics, afferma che «mantenendo questi ritmi di crescita fra quindici o venti anni la Cina sarà in grado di superare il Pil prodotto dagli USA (quasi 15.000 miliardi di dollari)». E questo anche tenendo conto dei problemi che pure investiranno la società cinese nei prossimi anni: la crescita della forza lavoro, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei consumi. Problemi che ha già conosciuto l’economia giapponese e che hanno prodotto il rallentamento dei tassi di crescita che conosciamo. Gli effetti calcolati sul tasso di crescita cinese portano Subramanian ad una ipotesi di crescita attestata al 7%, sufficiente, comunque, per il grande sorpasso agli USA.

Da Tienanmen in poi lo Stato cinese ha dato sempre più spazio al settore privato regolando e governando con estrema capacità le politiche industriali del Paese creando un vero e proprio modello di riferimento per i Paesi in via di sviluppo.

Un connubio tra capacità del Governo e di quelle del Partito (Comunista) a regolarizzare, seppure con estrema cautela, le trasformazioni sociali che si accompagnano a questa marcia inarrestabile di crescita economica a fronte di una centralizzazione dei poteri e di una sempre più avvertita necessità di autonomia delle province.

Il “grande sorpasso” al colosso USA sarà possibile anche in ragione di una ripresa economica americana ancora anemica e che, ad oggi, non si dimostra in grado di creare nuova occupazione.

Gli USA in questi anni hanno importato più di quanto non fossero in grado di esportare ed ha consumato più di quanto fosse in grado di risparmiare… un bel problema!

Tutto ciò ha reso il sistema americano estremamente fragile finendo per indebolirlo. A ciò si aggiunga il crescere sproporzionato del debito pubblico… e molti “imperi” sono finiti per questa ragione.

Il destino del Paese più indebitato del mondo, gli USA appunto, e del suo più grande creditore, la Cina appunto, appaiono per essere inevitabilmente intrecciati fino al punto che proprio la Cina è finita a difendere il dollaro, che al momento appare alquanto screditato, pur di difendere i propri interessi di creditore.

Ma quando un Paese perde il controllo dei soldi perde, inevitabilmente, anche la propria capacità di influenza politica e di libertà di azione.

è questo il segnale che porta a credere alla possibilità, reale, del sorpasso cinese.

    * Permalink Commenti [0]    Registrati e Commenta

In Puglia i nuovi Schiavi di Lello Sarracino.

Notizia n° 480   del: 12-08-2010 [19:42]   Autore: Raffaelepirozzi
 

MIGRANTI, AGRICOLTURA :L’ESTATE PUGLIESE DEI NUOVI SCHIAVI

La raccolta del pomodoro, la crescita della popolazione extracomunitaria, le emergenze di sempre. Le drammatiche condizioni di vita degli sfruttati in provincia di Foggia. La Cgil: “Le leggi in vigore li rendono meno tutelabili e più ricattabili”

di Lello Saracino

Estate in Capitanata significa raccolta del pomodoro. Ventunomila ettari e circa 20 milioni di quintali di produzione dell’oro rosso. Ma estate significa anche vertiginoso aumento della popolazione immigrata: 16mila i braccianti stranieri censiti negli elenchi Inps, ai quali si sommano gli stagionali e gli irregolari, stimati tra le 5mila e le 8mila unità. Il tutto è possibile tradurlo con una sola parola: emergenza. Dal ricorso al lavoro nero allo sfruttamento, dall’accoglienza all’assistenza sanitaria, ogni anno la provincia di Foggia si trasforma in una zona franca di diritti e rispetto della dignità umana.

» VIDEO, Il mercato delle braccia

Nessuna sorpresa per chi da anni è impegnato sul campo per prestare assistenza e informazione ai lavoratori migranti. “Purtroppo il fenomeno dello sfruttamento del lavoro nelle campagne del foggiano non nasce con l’inchiesta di Gatti sull’Espresso – spiega Mara De Felici, segretaria generale della Cgil di Capitanata –. L’inchiesta ha avuto però il merito e la forza di svegliare dal torpore un intero paese rispetto a una dinamica perversa che fino agli anni novanta riguardava i lavoratori italiani, e che dopo ha trovato facili vittime negli immigrati, a causa di leggi che li rendono meno tutelabili, più ricattabili, e costretti ad accettare qualsiasi condizione salariale. Alimentando una rivalità tra poveri, tra lavoratori stranieri e italiani”. Nessuna sorpresa rispetto al ripetersi del fenomeno, dicevamo, ma un’avvertenza: a causa dell’attenzione suscitata dalle iniziative del sindacato, dei controlli delle forze dell’ordine, dell’ulteriore abbassamento dei compensi annunciato dagli agricoltori e del diffondersi della raccolta meccanizzata, nel 2010 si annunciano meno presenze rispetto al passato.

Foggia, Africa.
Anche quest’anno, in ogni caso, un pezzo del continente africano si trasferirà nei dintorni dei centri urbani della provincia. Sentieri in terra battuta, case con muri e tetti di lamiera, servizi igienici all’aria aperta, niente acqua potabile, moschee e chiese improvvisate. Accampamenti, veri e propri ghetti, che arrivano a ospitare nel periodo di punta della raccolta del pomodoro oltre mille persone. È lo spaventoso scenario descritto anche da Medici senza frontiere, da anni impegnata in provincia di Foggia per prestare assistenza ai lavoratori migranti e soprattutto denunciare le condizioni di accoglienza, se così è possibile chiamarla.

“Baracche senza luce e gas, scarso accesso alla salute, condizioni igieniche spaventose costituiscono la realtà quotidiana degli stagionali in quest’area”. Soprattutto di quelli senza permesso di soggiorno, perché “con l’assurda introduzione del reato di clandestinità, nonostante l’obiezione di coscienza di tanti operatori, diventa più difficile organizzare presìdi sanitari diffusi nel territorio durante il periodo estivo – commenta De Felici –; esperimento realizzato dalla Asl due anni fa proprio su nostra richiesta”.

E poco possono anche le strutture attivate dalla Regione, gli “alberghi diffusi”, tre in provincia di Foggia, strutture dove gli immigrati regolari possono pernottare con 3 euro, avere un pasto caldo e connettersi a internet. Ma i posti letto sono solo duecento.

Ancora ipocrisia.
Spenti i riflettori dei grandi network e giornali nazionali, il problema dell’accoglienza degli immigrati in terra dauna è una costante per tutto l’anno. “Nel periodo estivo siamo arrivati a chiedere, per far fronte all’emergenza, anche delle tendopoli organizzate, con servizi che rendano più dignitosa la permanenza dei lavoratori stranieri, spesso qui di passaggio – afferma Daniele Calamita, segretario generale della Flai Cgil di Foggia –. Ma se non si lavora per soluzioni strutturali, se non si programma, se non si stanziano fondi, se si insiste con leggi che impediscono al lavoratore di essere davvero tutelato e in grado di esigere diritti in cambio di doveri, allora siamo responsabili ogni anno di una imponente operazione di ipocrisia e null’altro”.

Ricorda, Calamita, Sekou Diaby, il ragazzo ivoriano di ventun anni ucciso dal freddo poco prima di dicembre in un casolare abbandonato a pochi chilometri da Foggia, “senza le telecamere di quelle tv che, invece, in questo periodo ci chiamano alla ricerca dello scoop. Sui giornali se n’è parlato un giorno, e per consentire il rimpatrio della salma c’è voluta una colletta organizzata dalla Flai alla quale hanno partecipato poche altre associazioni”.

Proprio i ruderi abbandonati nella grande piana del Tavoliere diventano rifugio di tanti stranieri vittime del caro affitti o del diniego dei proprietari, come ha testimoniato un’indagine conoscitiva del ministero del Lavoro sul disagio abitativo degli immigrati in Puglia. “Abbiamo proposto alla prefettura un censimento degli stabili di campagna – spiega Calamita – e finanziamenti ad hoc per gli agricoltori in modo da poter ristrutturare gli edifici e adibirli all’accoglienza.

Un impegno che spetterebbe per legge al datore di lavoro, forse unico aspetto positivo di una legge, la Bossi-Fini, per altro dannosa e controproducente. O, ancora, abbiamo chiesto alle amministrazioni comunali che hanno stabili in disuso di riattarli per strutture di accoglienza. Ma le risposte dalle istituzioni non arrivano, le associazioni datoriali girano il volto dall’altra parte, e il sindacato e le associazioni di volontariato restano soli nell’affrontare questi problemi”.





    * Permalink Commenti [0]    Registrati e Commenta

La crisi della destra Italiana.

Notizia n° 479   del: 01-08-2010 [23:03]   Autore: Raffaelepirozzi
 

L’INEVITABILE CRISI DELLA DESTRA ITALIANA.

di: Giuseppe Biasco


Sono passati solo tre mesi dallo scontro in Direzione del Partito delle Libertà tra Fini e Berlusconi e si è consumata la rottura definitiva.

Era il 22 Aprile 2010, quando davanti alla platea del partito ed alle televisioni di tutto il mondo, si evidenziavano le profonde divergenze tra i due fondatori del PdL. Uno scontro senza precedenti, che ha avuto come epilogo l’espulsione dal Partito di Fini, insieme alla sfiducia che gli verrà posta in aula, al suo ruolo di presidente della Camera.

Quali considerazioni trarre da questa vicenda? La prima è che il PdL, così come era Forza Italia, è il partito impresa di Berlusconi e decide lui chi ci deve stare. Come Marchionni, Berlusconi nella sua azienda non ammette dissensi e posizioni diverse non autorizzate. La seconda considerazione e che il partito nato sul predellino di un auto in Piazza San Babila nella sera del 18 Novembre del 2007 , non era una vera e propria ipotesi politica di riorganizzazione della destra italiana, ma una semplice trovata mediatica del cavaliere, che subiva l’iniziativa di prodi che spingeva per la fondazione del PD. Molti ricorderanno, che appena lanciata quella ipotesi, partì l’attacco contro il Governo di centro sinistra, che cadde nel gennaio successivo, portando il Pdl nella primavera del 2008, di nuovo al Governo. Sono passati solo due anni da quelle elezioni e la coalizione di Governo è in grave difficoltà. Una crisi tutta interna alla destra italiana, seguita con stupore da tutto il paese e non determinata ne dalla minoranza , ne da altri poteri dello Stato. Alla coalizione di Centro Destra non mancavano certo i numeri, che sia alla Camera che al Senato erano più che sufficienti a garantire un tranquillo cammino fino alla fine della legislatura. D’altra parte, la suddivisione delle cariche politiche ed istituzionali all’interno della coalizione, non aveva lasciato ne scontenti, ne delusi. Fini saliva sul più alto scranno della Camera dei Deputati, un risultato politico eccezionale per l’ex delfino di Almirante. Tutti avevano trovato la propria soddisfazione, allora, che cosa è successo perché si arrivasse a questo punto? E mai possibile che in 17 anni di convivenza politica Fini non si era mai accorto di che pasta fosse Berlusconi? Solo ora, è stata sollevata una questione morale, ritenuta tanto grave da chiedere le dimissioni di tutti coloro che in un modo o nell’altro fossero coinvolti in vicende giudiziarie? Queste domande aspettano una risposta, perché è bene che in questa vicenda non ci siano dubbi: Gianfranco Fini è di destra e tale rimarrà. Questa sua condizione è la sua forza e la sua debolezza al tempo stesso.

I dubbi sono legittimi, perché Fini conosceva bene chi era Marcello Dell’Utri, chi era cesare Previti, quali fossero le attività di Verdini e l’amicizia antica di Verdini per Brancher. Bocchino conosceva bene Cosentino ed i suoi legami con la camorra dei “casalesi”, lo sapeva bene, perché il suo amico di partito Landolfi, era incriminato insieme al coordinatore del PdL della Campania. Quando Cosentino era stato eletto coordinatore del PdL, nessuno aveva posto dei problemi, infatti, fu eletto alla unanimità. In questi ultimi mesi, quindi, il gruppo dei Finiani, ha ritenuto talmente insopportabile l’immoralità politica di una parte importante del PdL, da aprire uno scontro senza precedenti? Se qualcuno pensa questo, non è certo per la morale che questo scontro si sta sviluppando. Quello che è in gioco è il futuro della destra italiana dopo Berlusconi. Quello che si sta giocando è la guerra tra Tremonti sostenuto da Bossi e il gruppo di Fini che rivendica la leadership al termine della esperienza politica del cavaliere, che appare, non molto lontana. E’ evidente che con la decisione del 29 Luglio scorso, Berlusconi abbia scelto Tremonti e il federalismo fiscale e politico che vuole Bossi e la Lega. Piace molto al nostro premier l’ipotesi di una sua elezione a presidente di una repubblica Federale, in cui si deve occupare solo di politica economica nazionale, di politica estera e di sicurezza, lasciando ai Governi locali tutte le incombenze di una quotidianità politica, tanto complicata, quanto noiosa.

Non va avanti, invece, l’ipotesi di una repubblica presidenziale alla francese che piace tanto a Fini ed ai suoi amici, vecchio sogno irrealizzato di Almirante. In questo momento Fini, posto fuori dal partito può solo distruggere la casa che ha contribuito a costruire, ma non ha nessuna possibilità di diventarne il referente.

Qualcuno ipotizza, addirittura, che in caso di crisi politica del Governo, la Lega proporrebbe Tremonti come Presidente del Consiglio per arrivare alla fine della legislatura, perlomeno con il federalismo fiscale applicato.

E’ la politica della Lega che spacca il PdL, che acutizza lo scontro tra le forze moderate,impedendo lo svilupparsi di un percorso politico di risanamento economico da una parte e di riforme istituzionali dall’altra. E’ emblematica la rottura tra Berlusconi e Casini, che aveva le stesse caratteristiche di quella che si sta consumando ora con Fini.

E’ la politica della lega che spacca il PdL insieme al paese, che porta come conseguenza la rottura della coesione sociale e della solidarietà nazionale. La gravità di questa situazione è dovuta soprattutto alla estrema debolezza del premier, la cui immagine è molto compromessa, sia per gli scandali delle sue frequentazioni con prostitute, sia perché i suoi più stretti collaboratori sono coinvolti ogni giorno di più in processi per corruzione.

Stranamente in questa fase non si avverte la crescita di un grande movimento di massa che si erga a difendere la democrazia innanzi tutto, che sia baluardo alla disgregazione sociale e politica del nostro paese e che spieghi agli italiani che è finito il tempo degli spot in politica.

Berlusconi è un fallimento, un bluff che sta portando il nostro paese verso una crisi senza precedenti. Occorre immediatamente una nuova politica, sociale e solidale, una nuova classe dirigente, morale e trasparente, l’Italia merita molto di più di quanto non riceve in questa fase. Il destino che avrà Fini, sinceramente non ci interessa, avrebbe potuto fare meglio e di più quando era nelle grazie del cavaliere, non pensiamo che abbia cambiato le sue convinzioni politiche, ne che sarà mai un alleato del centro sinistra.

Aspettiamo con la pazienza dei forti, che le contraddizioni scoppino definitivamente e portino alla fine di questa dolorosa esperienza del potere di Berlusconi e della lega in Italia.






    * Permalink Commenti [0]    Registrati e Commenta

Fiat: Nel vuoto di Governo l'AD della Fiat fa politica industriale.

Notizia n° 478   del: 30-07-2010 [22:38]   Autore: Raffaelepirozzi
 

FIAT: LA POLITICA INDUSTRIALE DI MARCHIONNE.

di Giuseppe Biasco

Nel pieno del marasma politico che coinvolge il Governo italiano,

Marchionne, l’aggressivo Amministratore delegato della Fiat, dettava il suo programma di politica industriale per il nostro paese. Spero, che i lettori si ricorderanno che il nostro ministro dell’Industria, fino a qualche mese fa era Antonio Scajola, costretto a dimettersi perché coinvolto nello scandalo delle tangenti dell’imprenditore Anemone. Scajola, alla fine dell’anno scorso aveva affermato che la Fiat non avrebbe goduto più degli incentivi del Governo per l’acquisto di nuove auto. Marchionni aveva detto che la Fiat, poteva fare volentieri a meno di quegli incentivi, poiché aveva un programma industriale che andava ben oltre un semplice aiuto da parte dello Stato. Una bella dichiarazione, che non ha avuto seguito, perché appena sono arrivati i finanziamenti serbi, si è spostata la lavorazione della Multipla da Torino nei Balcani.

Nel pieno di una crisi industriale e produttiva decisiva per lo sviluppo del paese, l’Italia si è ritrovata senza ministro, con un interim tenuto da Berlusconi,che poveretto, tra la manovra economica, la legge sulle intercettazioni, la questione morale che coinvolge i suoi collaboratori più stretti, la guerra interna al suo partito con i “Finiani”, non ha avuto proprio il tempo di interessarsi alle vicende economiche che riguardano centinaia di migliaia di lavoratori licenziati, in cassa integrazioni o ridotti al precariato più bieco.

In questo vuoto di indirizzo politico e di Governo, Marchionne sta svolgendo il ruolo del Ministro dell’Industria. L’Amministratore Delegato della più grande impresa italiana, sta imponendo un dibattito politico e culturale, che spacca definitivamente il sindacato italiano, mette nell’angolo la Confindustria, dimostrandone la totale incapacità nel gestire una fase tanto complessa; rompe gli equilibri internazionali nel mercato dell’auto, assume una posizione che risulterà importante per il futuro economico della Unione Europea. Quello che avviene, non è solo una questione industriale, ma una faccenda estremamente politica e molto delicata, per non dire pericolosa.

Il paradosso di questa situazione, e che lo stesso Marchionni, non ha consapevolezza di quanto si sta mettendo in moto. Marchionni pensa di muoversi come il responsabile della Fiat, non pensa di svolgere un azione politica, non ha in mente nessuna riforma del sistema di relazione sindacale in Italia. I problemi nascono proprio perché il nostro eroe si muove facendo politica, in maniera inconsapevole e quindi senza strategia; ovvero, non sappiamo, e pensiamo che non lo sappia nemmeno lui, quale sarà l’approdo finale di tutta questa attività volta a travolgere tutte le regole che hanno costruito le relazioni tra le parti sociali nel nostro paese.

Disdetta del contratto di lavoro, uscita da Confindustria, denuncia dell’accordo del 1971 che riguardava la presenza del sindacato in fabbrica ed il monte ore di permessi goduti per svolgere l’attività sindacale, l’estensione dell’accordo Pomigliano a tutti gli stabilimenti del gruppo in Italia, accordi di stabilimento per definire la produttività e gli addetti.

La posizione del management sembra essere molto forte, di fatto, l’Amministratore Delegato, senza accettare nessun contraddittorio in proposito ha ribadito la sua filosofia: “Prima dei diritti vengono i doveri!” Una volta si diceva: “Diritti e doveri”, una parità tra i due obblighi che ha governato a lungo i rapporti nella nostra società. Marchionni si fa portatore di un sistema di lavoro che viene dai paesi poveri, ancora sotto regimi politici dittatoriali o comunisti, in cui i lavoratori non hanno diritti, ma solo doveri. Il grande manager innovativo, propone che in Italia le fabbriche non sia sottoposte al regime della Repubblica Italiana, ma chiunque entri in uno stabilimento del vecchio gruppo Fiat, entra in un altro Stato, in un territorio in cui vigono le leggi e le regole dell’azienda. Chi accetta queste condizioni non ha diritto a nessun dissenso. Non si tratta di garantire solo la produttività, quindi, ma molto di più, senza sapere il perché. Oltre alle auto Marchionni vuole anche la garanzia che non ci saranno mai più lotte, rivendicazioni e conflitti? Se questa è l’aspettativa del management della vecchia Fiat, penso che resteranno delusi. La mancanza delle regole, vale sia per i lavoratori che per gli imprenditori. Ora sembra che i rapporti di forza siano a favore dell’impresa, ma se cambiano le condizioni? Mettiamo per esempio che il mercato ritorni a tirare in maniera sostenuta e che cresca forte la domanda di auto,con i clienti che aspettano troppo tempo e quindi occorre aumentare la produzione; in questo caso l’imprenditore corre dei rischi. Basta una fermata di una parte consistente dei lavoratori, che in maniera spontanea, senza nessuna mediazione dei sindacati, bloccano la produzione, le richieste possono essere di qualsiasi tipo, poiché non è in vigore nessun contratto, non esiste nessuna camera di compensazione e il rapporto è diretto tra i lavoratori e la singola impresa. Abbiamo già visto questi fenomeni sociali, a cui si può rispondere con tutta la violenza repressiva che si vuole, con le serrate ed i licenziamenti, ma la produzione si perde, si perdono le quote di mercato e l’impresa perde guadagno, l’unico obbiettivo per cui esiste.

Per esperienza, se dovesse andare avanti questo tipo di impostazione miope e contro la storia, dovremo abituarci ad assistere nel futuro a violenti scoppi di lotte operaie e sociali che saranno difficili da riportare nell’ambito di equilibrate relazioni industriali.

Queste sono considerazioni di buon senso che non ho ascoltato da nessuno dei protagonisti di questa delicata vertenza. Se l’intransigenza di Marchionni, che ogni giorno propone nuove e più pesanti condizioni alle controparti, ci lascia perplessi, si resta ancora più confusi di fronte alle posizioni dei sindacati. E’ sconvolgente il comportamento della Cisl e della Uilm, che accettano senza “se” e senza “ma”le posizioni di Marchionni. Nemmeno un dubbio, una minima perplessità, una richiesta di chiarimenti, perfino la disdetta dell’accordo su i permessi sindacali li vede d’accordo, è la prima volta che un sindacato è d’accordo a vedersi ridotte le proprie possibilità di azione all’interno delle fabbriche,questo significa non avere ruolo. La situazione è tanto grave che è preferibile un totale ridimensionamento alla chiusura degli stabilimenti? Abdicare completamente al proprio ruolo, quali benefici porta ai propri iscritti? Addirittura l’UGL, il sindacato della destra al governo, ha avuto un sussulto di dignità dichiarandosi contrario alla disdetta del contratto di lavoro.

Dall’altra parte la Cgil, che fa la parte dell’offesa, dell’esclusa; a Napoli si direbbe della “Zita cuntignosa”. Non ha nessun sussulto di mobilitazione, nessuna proposta, nessun incontro, convegno, nessuna attività per uscire dall’isolamento, per ritornare ad essere protagonista. In questo modo anche la Cgil sembra svolgere un ruolo in questo gioco delle parti, perché con la sua esclusione rende credibile tutto quello che sta avvenendo attorno al settore auto in Italia.

Ma, Marchionni gioca anche un ruolo europeo molto importante, non interessa a nessuno il destino dello stabilimento polacco che fino al 2011 continuerà a produrre le Panda, modello che dovrà cedere a Pomigliano. Non ci saranno più produzioni in Polonia? La scelta della Serbia, con i 600 milioni di aiuti, provocherà licenziamenti a Varsavia? Di fronte a queste politiche senza strategie, della Fiat, penso che gli operai ed i sindacati dell’Opel saranno molto contenti che il Governo tedesco abbia sostenuto soluzioni diverse. Se in Polonia la Fiat dovesse abbandonare, penso che ci sarebbero altre case automobilistiche pronte a subentrare. La strategia di Marchionni, di usare gli stabilimenti in qualsiasi parte del mondo, dove conviene produrre, non reggerà a lungo. Anche in Europa si muove il dissenso sociale alla crisi ed alle sue ricadute, il conflitto è strisciante e non ha ancora trovato il modo per manifestarsi, ma è proprio questo il rischio, la mancanza di regole rende il conflitto devastante e pericoloso.

Insomma, il quadro di riferimento non è esaltante, ne in Italia ne in altri paesi, il capitale industriale non ha nessuna idea innovativa, le soluzioni sono sempre le stesse, in caso di crisi, bisogna pagare meno il lavoro, che deve essere più produttivo, per consentire una veloce accumulazione di nuovo capitale da investire in nuove speculazioni. Il neo liberismo torna ogni volta che il capitale perde in maniera consistente guadagni. Con il suo ritorno si tenta la diminuzione dei diritti, nella speranza, ormai illusoria, che il mercato e le sue regole di competizione garantirà a tutti un futuro migliore.

Se dietro l’azione di Marchionni non si nasconde altro, prepariamoci ad un futuro molto complicato di lotte sociali e profondi cambiamenti, in cui verificheremo la scomparsa di questo modello attuale di sindacato, insieme alla scomparsa delle vecchie rappresentanze imprenditoriali. Purtroppo in questa fase non abbiamo in campo una classe dirigente in grado di comprendere quello che sta avvenendo, capace di provvedere a nuove strategie di sviluppo, in grado di garantire la crescita del paese. Sui tavoli della politica c’è la più grave crisi di questi ultimi 20 anni, se qualcuno pensava di essersela cavata, a poco prezzo,ha sbagliato di molto.

    * Permalink Commenti [0]    Registrati e Commenta

Dalla padella alla brace: Da un malgoverno all'altro.

Notizia n° 477   del: 18-07-2010 [15:56]   Autore: Raffaelepirozzi
 

DALLA PADELLA ALLA BRACE!

di: Giuseppe Biasco


Avevamo da tempo il sospetto, che il centro destra non facesse un gioco pulito. Adesso ne abbiamo la conferma! Una cosa significa la leggerezza nella interpretazione delle leggi e delle regole, un’altra cosa significa lavorare in maniera organizzata per forzare le norme a proprio vantaggio per garantirsi vittorie elettorali attraverso sistemi illeciti. Alla luce degli arresti attuali di Carboni e Lombardi, con le conseguenti dimissioni di Cosentino, il sospetto che avevamo sulle vicende elettorali in Lazio e Lombardia, la vittoria risicata di Cota in Piemonte e le difficoltà di Caldoro in Campania, non erano episodi fine a se stessi Non si trattava di eventi diversi l’uno dall’altro.

Il sistema di imbrogliare le carte, di offendere gli interlocutori, di aggredire gli avversari, di creare falsi dossier, di utilizzare tutti i sistemi possibili, anche quelli illeciti per vincere le elezioni, fanno parte del modo di fare politica del Partito delle Libertà fondato da Silvio Berlusconi. Nel giro di soli due mesi due ministri, Scaiola e Brancher hanno dovuto presentare le dimissioni per evidenti e palesi comportamenti immorali ed impropri al ruolo di un membro del Governo. Infine, dopo 5 richieste di dimissioni il sottosegretario all’Economia è stato costretto a restituire la delega. Pensate, tutto questo è avvenuto mentre al Senato si discuteva della manovra da 25 miliardi di tagli, il sottosegretario alla Economia se ne è andato, dimostrando in questo modo che non si era mai occupato del suo Ministero e delle sue politiche. Non stupisce nemmeno che l’ineffabile Ministro Tremonti, non abbia mai fatto riferimento a Cosentino, che invece avrebbe dovuto essere uno dei suoi più stretti collaboratori. Il coordinatore del PdL Denis Verdini, sembra essere a capo di una lobby di faccendieri, imprenditori disonesti e politici corrotti e collusi, che gestisce appalti e finanziamenti. Come meravigliarsi, se massimi responsabili del partito di maggioranza si comportano in questo modo, l’esempio del loro capo indiscusso è chiaro. Berlusconi, nei suoi 16 anni di attività politica di vertice, ha allevato con l’esempio e con le leggi, una classe dirigente del suo partito e del Governo a lui compatibile e complementare. Come dimenticare che i suoi amici ed i suoi più stretti collaboratori come :Confalonieri, Previti, Dell’Utri,sono tutti stati condannati per gravi reati a pene pesanti. Alla luce di quanto si apprende per la campagna elettorale in Campania e al tentativo messo in atto di screditare Caldoro a favore di Cosentino, è legittimo pensare che quello che è avvenuto alla Polverini non è stato un caso, che quello che avevano evidenziato i magistrati di Milano per le liste di Formigoni non era un attacco delle “toghe rosse” contro il Presidente espressione di Comunione e liberazione. Dopo la recentissima sentenza della corte di Appello di Torino, è legittimo pensare che Cota abbia attivato tutte le manovre possibili, comprese quelle palesemente illegali per vincere. Da questo scenario ne deriva che anche all’interno del PdL, sono le trame interne, le lotte senza quartiere e le gravi scorrettezze a predominare nei rapporti tra gli tra i suoi dirigenti. Quello che conta è il ricatto, così la Polverini, dopo la difficile elezione in Lazio, lascia Fini e si converte al Berlusconismo, Formigoni non va oltre le proteste formali per i tagli agli Enti Locali previsti dalla manovra e Cota ringrazia ogni giorno Bossi per la sua incredibile elezione.

Quello che ci riguarda da vicino, Caldoro, rappresenta una contraddizione che ci lascia veramente perplessi. Che fosse ostaggio di Cosentino e del suo compare Landolfi, era fin troppo evidente.

Che la vera battaglia che si sta svolgendo in Campania, è quella tra De Mita ed il gruppo di potere e collusione di Cosentino è fin troppo chiaro. Eppure, Sica, il dimissionario Assessore da poco nominato, estensore materiale delle calunnie contro Caldoro, era uno dei tanti trasformisti della politica regionale, raccolti sotto le bandiere ospitali dell’UdC.

Le reazioni alle rivelazioni delle inchieste in atto, da parte di Caldoro, sono molto caute w denunciano la sua debolezza. Infatti, per volere di Berlusconi, l’esponente di Casal di Principe, Cosentino , resta ancora coordinatore del PdL regionale, mantiene solidi rapporti con i territori e molti Consiglieri regionali rispondono direttamente a lui.

Caldoro non ha una sua maggioranza in Consiglio, tale da difenderlo da pressioni e ricatti. In Campania, il gruppo di potere di Cosentino, ha strutturato una rete di riferimenti politici che sono tutti riconducibili all’attuale coordinatore, come Cesario, il deputato e presidente della Provincia si Napoli, che di fatto ha cancellato l’Ente di piazza Matteotti dalla scena istituzionale della Regione. In Campania i presidenti delle 4 province governate dal centro destra, sono tutti deputati, mantengono il doppio incarico e fanno funzionare molto poco le loro istituzioni. Caldoro è debole e sta più a Roma che a Napolied in questi tre mesi di suo Governo, tranne il licenziamento di 1000 dipendenti regionali colpevoli di essere stati assunti da Bassolino, tranne il pagamento dell’assistenza ai soliti disoccupati organizzati che lo hanno sostenuto e che ora pretendono di essere assunti, non c’è stato niente altro. L’impressione che non dipende da lui è molto forte.

La Campania, come altre Regioni sarà governata dai gruppi di potere romani che si vogliono spartire appalti e clientele.

Siamo passati da un malgoverno ad un altro, dalla padella alla brace.






    * Permalink Commenti [0]    Registrati e Commenta

Un Paese allo Sbando, la Democrazia è in pericolo.

Notizia n° 476   del: 14-07-2010 [12:05]   Autore: Raffaelepirozzi
 

UN PAESE ALLO SBANDO. LA DEMOCRAZIA IN PERICOLO?

di Raffaele Pirozzi


Sono passati solo pochi mesi dalle elezioni regionali, che hanno fatto registrare “un tracollo” della partecipazione dei cittadini alle stesse, e già nessuno ne parla più. E' sicuramente molto grave che questo avvenga perchè, a mio parere, è in gioco la “democrazia” del nostro Paese.

Cambia sotto i nostri occhi il senso della “moralità ” ed il valore della nostra coesione sociale.

La corruzione è ormai dilagante (a proposito tempo fa il Governo annunciò la presentazione di un disegno di legge anticorruzione; qualcuno sa che fine ha fatto??!!); gli elementi di malversazione li leggiamo tutti i giorni sulla stampa; i notevoli sperperi del denaro pubblico non sono indice di senso di cambiamento bensì mettono in evidenza la disgregazione dell'intera società.

A nulla valgono i richiami del Presidente della Repubblica su svariati temi quali sicurezza sul lavoro, problemi legati alla situazione economica ed altri.

La “casta” fa quello che più gli conviene e gli aggrada, tanto sono sempre gli onesti cittadini che pagano --ieri con le tasse, oggi con la crisi economica e l'aumento inconsulto delle tasse stesse--!!!.

Ma di questa situazione non è responsabile solo l'attuale Governo; responsabile è anche chi non combatte, chi non si oppone a tutto ciò; parimenti responsabile è dunque “ l'opposizione “ ossia l'insieme di quelle forze politiche che dovrebbero garantire diritti e vivibilità a chi li ha delegati a rappresentarli, a tutti quelli che pagano tasse, gabelle, aumenti sconsiderati ed improvvisi;. Perchè non si dice apertamente e a chiare lettere dove si vuole portare questo Paese?

A mio parere, manca un disegno complessivo sul futuro del nostroPaese. Siamo oramai costretti a vivere “alla giornata”, senza alcun progetto per il futuro e senza alcuna programmazione.

La domanda che pongo a me stesso ed ai lettori è la seguente: “E' possibile continuare in questo modo, fino a quando ciò sarà accettabil e qual è la prospettiva?

    * Permalink Commenti [0]    Registrati e Commenta
LOGIN

  

Registrati

Recupera Password


Settembre 2010

LunMarMerGioVenSabDom
1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30
Visite

Accessi totali:32239

Pag. Visitate:101033

Accessi di Oggi 10

Pagine di Oggi 28


Utenti Online:7
Anonimi: 7
Registrati: 0

Visite New