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A proposito di ...articolo18

Notizia n° 1031   del: 25-07-2010 [19:00]   Autore: Raffaelepirozzi
 

A proposito di.…..articolo 18

Se la straordinaria mobilitazione del 23 marzo 2002 - a difesa di una “giusta causa” - corre il rischio di essere frustrata da alcuni “volenterosi” esponenti del Pd!

di Renato Fioretti

La perseveranza di Tito Boeri è stata premiata e grazie all’ampia eco prodotta attraverso i maggiori quotidiani nazionali, la sua proposta di “Contratto unico” è (ormai) molto nota e dibattuta.

Infatti, anche se, talvolta, richiamata in occasioni poco pertinenti, l’ipotesi di un “sentiero a tappe verso la stabilità” - per superare quello che l’autore definisce il “dualismo” esistente tra lavoratori garantiti e “paria” - rappresenta, un ricorrente punto di riferimento per quanti seguono con interesse le questioni (più attuali) relative alle politiche del lavoro.

In altre occasioni, ho già illustrato i motivi che m’inducono a ritenere tale contratto - che, tra l’altro, non sarebbe “unico”, perché continuerebbero ad esistere tutte le tipologie contrattuali attualmente vigenti - un rimedio peggiore del male.

In estrema sintesi, a mio parere, prevedere un “periodo di prova” uguale per tutti (sei mesi), una fase “di inserimento” senza la tutela dell’art. 18 dello Statuto ed essere costretti a sperare che il datore di lavoro - alla fine del “percorso” (trentasei mesi complessivi) - sia disponibile a realizzare la “stabilizzazione”, confermando il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, piuttosto che (legalmente) interromperlo, appare, oggettivamente, poco convincente.

Nonostante l’autore preveda una protezione contro il rischio di licenziamento “economico” che è crescente con la durata dell’impiego - un risarcimento pari a 15 giorni di retribuzione per ogni tre mesi di lavoro, fino ad arrivare, dopo tre anni, al corrispettivo di sei mesi di retribuzione - e il ricorso alla tutela “reale” in caso di licenziamento “discriminatorio”.

Anche se, come a tutti noto, l’onere della prova - al fine di qualificare illegittimo un licenziamento, perché dettato da motivi di natura discriminatoria (quali: sesso, religione, ecc.) - è “a carico” del lavoratore e, praticamente, quasi impossibile da documentare.

La proposta Boeri, però, ha prodotto un benefico “effetto cascata”, nel senso che ha sollecitato, in particolare, la fantasia di alcuni autorevoli esponenti del maggior partito di opposizione. Alla Camera, infatti, sono state presentate due proposte di legge; la 2630 del luglio 2009 e la 3251 del febbraio 2010.

In realtà, la prima - presentata da Madia - che prevede l’istituzione di un “Contratto unico di inserimento formativo” (Cuif), si rifà al già noto “contratto di formazione e lavoro” e solo nel titolo ha qualche assonanza con la proposta Boeri. Il suo pregio è rappresentato dall’assenza di deroghe all’art. 18 durante tutto il periodo della cosiddetta “abilitazione” (massimo tre anni).

La seconda, avanzata da Bobba, ipotizza un “Contratto unico di ingresso” (Cui) ed è, sostanzialmente, riconducibile allo schema previsto da Boeri; anche nel prevedere il salario minimo legale.

Sullo stesso tema, altrettanti disegni di legge, sono in giacenza al Senato.

Il primo, a cura di Pietro Ichino, del luglio 2009, è il più articolato e presenta alcune originali novità. Prima di commentarlo nel merito, ritengo, però, opportuno esprimere (anche) alcune brevi considerazioni sull’altro ddl, presentato da Nerozzi nel febbraio 2010.

Nerozzi, illustra i motivi della sua proposta, tra i quali il problema salariale, e afferma: “L’esistenza di una larga area di lavoro economicamente dipendente, integralmente sottratto alla contrattazione collettiva e dunque privo di parametrazione salariale, unita alla sostanziale rimozione, per via legislativa, dei vincoli causali ai contratti di dipendenza a tempo determinato, ha alimentato per un verso lo spiazzamento del lavoro stabile tradizionale e, per altro verso, la compressione dei salari”.

Anticipo che, secondo alcuni (malevoli) commentatori, quella indicata da Nerozzi rappresenterebbe, in pratica, una sorta di (parziale) “copia-incolla”, tra le ipotesi di Boeri e Ichino.

Gli si addebita, in effetti, la riproposizione di: ”Un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, a tutela progressiva della stabilità, di durata non superiore a tre anni - con relativa deroga all’applicabilità dell’art. 18 - cui non si applica la disciplina in materia di periodo di prova” (vedi Boeri).

Analogamente, gli si contesta la (assoluta) primogenitura sulla soluzione adottata rispetto alle collaborazioni e al lavoro a progetto.

All’uopo, Nerozzi prevede di considerare automaticamente “convertiti”, in contratti unici di inserimento, “tutti quei contratti di lavoro autonomo continuativo, a progetto e di associazione in partecipazione dal quale il prestatore tragga più di due terzi del proprio reddito di lavoro complessivo, su base annua; salvo i casi in cui detta retribuzione (lorda) superi i 30 mila euro oppure il prestatore sia iscritto a un albo o un ordine professionale incompatibile con la posizione di dipendenza dall’azienda” (vedi Ichino).

Rispetto a questo secondo punto - a prescindere dal fatto che l’iscrizione a un albo professionale non è, in assoluto, incompatibile con un lavoro subordinato - è positivo che l’autore, di là dalle soluzioni suggerite, ponga in evidenza il problema della cosiddetta “dipendenza economica”.

A mio parere, una nozione di questo tipo dovrebbe tendere al superamento della (ormai) obsoleta definizione di cui all’art. 2094 del c.c. e poter comprendere molte delle tipologie contrattuali “atipiche” presenti dal nostro ordinamento; a partire da tante “partite Iva” e lavori a progetto. In particolare, quando svolti in condizioni di mono - committenza.

Insieme con questo, naturalmente, sarebbe indispensabile un ulteriore intervento legislativo che - contrariamente a quanto prodotto dal decreto legislativo 276/03 e dalle innumerevoli circolari “Maroni” - ripristinasse il giusto rapporto tra il (nuovo) lavoro subordinato e quello autonomo; impedendone la (attualmente) sin troppo facile commistione.

Di veramente innovativo, va rilevato il (lodevole) tentativo di limitare il ricorso ai contratti a tempo determinato; ma, nell’elaborazione pratica - rendendoli sempre possibili quando la retribuzione annua (lorda) superi l’importo di 25 mila euro (corrispondenti, più o meno, al compenso medio di un impiegato) - se ne vanifica l’effetto, in modo indiscriminato, a danno di una specifica fascia di lavoratori (gli impiegati e gli operai ad alta specializzazione) che correrebbero il concreto rischio di essere sempre assunti attraverso tale tipologia contrattuale.

Tra l’altro, e’difficile condividere il senso di una proposta che persegua tale obiettivo attraverso la definizione di un (qualsiasi) limite di carattere retributivo, piuttosto che intervenire - sul piano normativo - rispetto ai motivi che (attualmente) consentono un ricorso (spesso) indiscriminato e reiterato ai contratti a termine.

D’altra parte, il problema sempre più ricorrente, come vedremo anche in seguito, è che si preferisce evitare di operare scelte coraggiose, autenticamente riformiste - tese a sanare le innumerevoli (nefaste) conseguenze prodotte dalla sistematica opera di “deregolamentazione del mercato del lavoro” - e ci si accontenta di “bordeggiare” nelle tranquille acque dello “status quo”.

Per chiudere con il ddl 2000/2010: a confermare che la coerenza, al pari del coraggio, è dote molto rara, è il caso di evidenziare che, fino al 2008, Nerozzi - ancora Segretario nazionale della Cgil - si dichiarava “irremovibile” nel contestare l’ipotesi di contratto unico (già) avanzata da Boeri e Ichino!

Come già anticipato, tra le quattro proposte, quella curata da Ichino presenta i più interessanti elementi di riflessione.

Nel rispetto della sintesi, proverò a illustrarne i contenuti ed evidenziarne i motivi di dissenso.

Le motivazioni dalle quali trae origine l’ipotesi di “Uno standard minimo universale di protezione della continuità del lavoro e del reddito” - formula che Ichino preferisce a quella di “contratto unico” - sono, più o meno, le stesse indicate da Boeri.

Infatti, dalla relazione di accompagnamento al ddl 1481/2009, si rileva: ” ……vero e proprio apartheid che divide i nove milioni di lavoratori protetti (dipendenti pubblici e dipendenti stabili da aziende private cui lo statuto dei lavoratori del 1970 si applica nella sua interezza), dagli altri nove milioni di lavoratori sostanzialmente dipendenti, che oggi portano tutto il peso della flessibilità di cui il sistema ha bisogno. Un Paese moderno non può rassegnarsi alla perpetuazione del modello del mercato del lavoro duale. Innanzi tutto perché quel modello è iniquo: esso genera, infatti, da una parte posizioni di rendita, dall’altra situazioni di precarietà di lunga durata, per ragioni che hanno poco o nulla a che vedere con esigenze tecnico -produttive”.

Tanto per iniziare - senza per questo voler anticipare alcun giudizio di merito - è legittimo porsi un primo interrogativo.

Preso atto della diversa condizione prodottasi tra coloro che godono della tutela dell’articolo 18 dello Statuto e quanti, invece, ne sono privati - questa è la reale materia del contendere - e rilevato che l’autore considera l’iniquità dei trattamenti fonte di precarietà di grande durata - per ragioni, sottolineo, che hanno poco a che vedere con le esigenze tecnico-produttive delle aziende - perché mai, a questa condivisibile analisi, si risponde (sempre) proponendo di riequilibrare “al ribasso” i diritti e le tutele, piuttosto che ricercare le soluzioni per risolvere la condizione di “apartheid” vissuta da quei nove milioni di lavoratori “sostanzialmente dipendenti” (come lo stesso Ichino li qualifica)?

Valutate e accertate le “discrasie normative”, che generano le condizioni di disagio, non sarebbe più logico, giusto e meno machiavellico, porsi il problema dal versante di una semplice riforma organica della nozione di lavoro dipendente? Di un drastico ridimensionamento dell’attuale “supermarket” delle tipologie contrattuali e, contemporaneamente, del ripristino di condizioni di legalità che impediscano l’illecito traffico da lavoro dipendente a: partite Iva, lavoro a progetto, associazione in partecipazione e quanto altro?

In più, è noto che il ricorso ai contratti di lavoro “atipici” - sui quali grava, per dirla alla Ichino, tutto il peso della flessibilità - è inversamente proporzionale alle dimensioni aziendali, per cui è evidente che il ricorso a tali tipologie contrattuali è dettato, piuttosto che dai vincoli imposti dalla tutela reale, da motivi che definirei di carattere “tecnico”. Nel senso dei minori costi - a partire da quello previdenziale - e delle disparità di trattamento rispetto a salario, orario di lavoro, malattia, ferie e, particolare non irrilevante, problematiche relative alla sicurezza dei luoghi di lavoro che, relativamente ai lavoratori subordinati, sono molto più restrittive. Ciò nonostante, i tentativi di derogare - innanzitutto e con ogni mezzo possibile - agli obblighi di cui all’art. 18, sono sempre di grande attualità.

Tornando al ddl 1481, è opportuno evidenziare che “le modalità di transizione al nuovo sistema di protezione del lavoro”, cui tende la proposta Ichino, sono rappresentate da:

  1. la stipula di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato;

  2. un periodo di prova di massimo sei mesi;

  3. la possibilità del licenziamento del lavoratore in applicazione di un provvedimento disciplinare oppure per motivi economici, tecnici o organizzativi;

  4. un contratto di “ricollocazione al lavoro”;

  5. una nuova (ma timida e parziale) nozione di lavoro dipendente;

  6. una diversa disciplina del licenziamento applicabile alle nuove assunzioni.

Come già anticipavo, si tratta di un progetto ben più articolato del contratto unico di Boeri.

Procedendo per punti, è utili rilevare che anche il “tempo indeterminato” indicato da Ichino non corrisponde all’attuale nozione di rapporto di lavoro “standard” (a tempo pieno e indeterminato), perché anch’esso, così come per Boeri, prevede una deroga all’art. 18. L’aspetto più preoccupante, a mio parere, è rappresentato dal fatto che, nel caso del contratto unico, la deroga ha una durata massima di tre anni - il cosiddetto “periodo di inserimento” - mentre l’ipotesi di Ichino prevede una sospensione da record, perché pari a venti anni!

Venti anni, nel corso dei quali, anticipando l’illustrazione del punto c), il lavoratore potrebbe essere licenziato (anche) senza una “giusta causa”. La cosiddetta tutela reale si applicherebbe, infatti, solo se la colpa del lavoratore non risultasse provata o in caso di licenziamento discriminatorio.

Sul licenziamento di tipo discriminatorio, ci siamo già soffermati; resta da evidenziare che il ddl 1481, oltre che prevedere una deroga all’art. 18 - pari, mediamente, ai due terzi di un’intera vita lavorativa - propone anche una sua sostanziale modifica.

Infatti, Ichino immagina che “Il giudice, quando ne ravvisi i motivi (!), possa prevedere, a differenza di quanto avviene oggi, la sola reintegrazione con riduzione o azzeramento del risarcimento del danno, oppure il solo risarcimento del danno, maggiorato o no dall’indennizzo per mancata reintegrazione”.

Un bel regalo alle parti datoriali e il danno “aggiunto alla beffa”, per i lavoratori!

Rispetto al periodo di prova, di durata uguale per tutti, si è già detto. E’ solo il caso di rilevare che equiparare la durata della “prova” di un commesso o di un fattorino, a quella di un farmacista o di un “conduttore di mezzi pesanti”, appare spropositato e, azzarderei, privo di logica.

Una novità è rappresentata dall’ipotesi che al lavoratore licenziato dopo almeno un anno di lavoro, per motivi economici o non reintegrato - seppure vittima di un licenziamento illegittimo - sia offerta, da parte di un’Agenzia all’uopo costituita, la stipula di un “Contratto di ricollocazione al lavoro” che preveda:

  1. un trattamento economico complementare, a scalare nel tempo, per il periodo di disoccupazione effettiva e involontaria;

  2. assistenza nella ricerca di una nuova occupazione;

  3. iniziative di formazione professionale;

  4. l’impegno del lavoratore di porsi a disposizione per l’assolvimento dei compiti di cui ai punti 2) e 3);

  5. assoggettamento al potere di controllo dell’agenzia rispetto all’attività del lavoratore nella ricerca di una nuova occupazione;

  6. sospensione temporanea del trattamento economico in caso di eventuali rapporti di lavoro a termine.

Naturalmente, quella che, in tema di contratto unico, appare come una novità, in realtà - considerata alla luce della vagheggiata e mai (esaurientemente) realizzata “riforma del collocamento” - non è poi cosi originale. Resterebbe la costituzione dell’ennesimo Ente bilaterale “di scopo”; per la gioia di alcune, ma non tutte le OO.SS!

A Ichino vanno certamente riconosciuti i “diritti d’autore” rispetto all’ipotesi di far rientrare tra i lavoratori dipendenti - come definiti all’art. 2094 del c.c. - “I prestatori d’opera a carattere continuativo che dovessero trarre più di due terzi del proprio reddito complessivo dal rapporto con l’azienda medesima”.

Salvo che: a) la prestazione lavorativa sia svolta in condizione di autonomia, b) la retribuzione annua lorda superi i 40 mila euro, c) i soggetti in questione siano iscritti all’ordine degli avvocati o altro ordine o albo professionale incompatibile con la posizione di lavoratore dipendente.

Della compatibilità tra la subordinazione e l’iscrizione a un albo o ordine professionale, si è già detto. Piuttosto, è opportuno sottolineare che, fare salva l’ipotesi di una prestazione svolta in condizioni di generica “autonomia”, sembra, nei fatti, offrire alle aziende una sin troppo agevole “via di fuga” per perpetrare un uso distorto della parasubordinazione.

Tra l’altro, assunto che l’obiettivo dichiarato da Ichino, al pari di quello di Boeri - più schematico e meno velleitario, nelle soluzioni proposte - è il superamento del “dualismo” tra i c.d. “insider” e “outsider”, tra lavoratori “garantiti” e “atipici”, sorprende che esso possa ritenersi raggiunto limitando il riconoscimento dello “status” di occupato a tempo indeterminato, senza art. 18 e con un’attesa lunga fino a venti anni, a poche centinaia di migliaia di soggetti che operano in regime di prestatori d’opera personale a carattere continuativo (senza “autonomia”).

Evidentemente, deduco, gli altri milioni di lavoratori - che offrono la loro prestazione di lavoro attraverso: associazione in partecipazione (fasulla), rapporti di lavoro a termine (in assenza di reali causali oggettive, indiscriminati nella forma e nella sostanza, nonché reiterati per anni), agenzie di somministrazione (che, in genere, iscrivono e avviano i soggetti segnalati dalle aziende, per “missioni” che, mediamente, non superano la settimana lavorativa) e ogni altra tipologia contrattuale che, allo stato, convertono la flessibilità in sinonimo di precarietà - sono da comprendere tra i “garantiti”!

La nuova disciplina del licenziamento si rifà, in parte, al modello Boeri.

Un particolare, non trascurabile, è rappresentato dalla misura dell’indennità corrisposta all’atto del recesso per motivo economico, tecnico o organizzativo. Essa rappresenta un valore pari al cinquanta per cento di quello previsto dal contratto unico. Infatti, è pari ad un dodicesimo della retribuzione lorda goduta nell’ultimo anno di lavoro, per ogni anno di anzianità di servizio in azienda.

La novità assoluta, è costituita dalla possibilità che, al momento della comunicazione del preavviso di licenziamento - non inferiore a un periodo pari a tanti mesi quanti sono gli anni compiuti di anzianità di servizio, con un massimo di dodici - il lavoratore ha la facoltà di optare tra la cessazione immediata del rapporto - con godimento della prevista indennità - e la prosecuzione della prestazione lavorativa.

Al riguardo, osservo che tale disposizione, contrariamente a quella che, a una prima e fugace lettura, potrebbe apparire come una favorevole opzione a disposizione del soggetto licenziato, si rivela - in realtà - il mezzo più semplice per realizzare un ricorrente “stato di soggezione” del lavoratore nei confronti del datore di lavoro.

In questo senso, disponibile (anche) a ritenere “garantita e certificata” la correttezza e la irreprensibilità della classe imprenditoriale italiana, considerato il “preavviso lavorato” - in alternativa all’immediato recesso - la scelta (prevedibilmente) operata dalla stragrande maggioranza dei lavoratori licenziati, lascio al lettore immaginare lo stato di sudditanza, condizionamento e fiduciosa aspettativa di un lavoratore cui il datore di lavoro, nel corso di un così esteso periodo di preavviso, potrebbe - “a certe condizioni”, che non e lecito neanche ipotizzare - lasciar intendere di essere (eventualmente) disponibile a revocare il provvedimento.

In definitiva, ritengo che neppure il più accreditato tra i consulenti del lavoro sarebbe stato in grado di realizzare un disegno di legge - cosi marcatamente coincidente con gli interessi datoriali - equiparabile a quello prodotto da Ichino.

Ciò rappresenta, indirettamente, l’ennesimo “autogol” da parte di un Pd che, mentre (ufficialmente) dichiara di non considerare il contratto unico una strada percorribile, contemporaneamente, deve prendere atto che ben 47 dei suoi Senatori hanno sottoscritto il ddl presentato da Nerozzi e quasi altrettanti quello a iniziativa di Pietro Ichino.

L’evidente stato d’imbarazzo del maggior partito di opposizione, rispetto al tema del lavoro, è stato confermato dall’Assemblea nazionale del 21 e 22 maggio scorso.

Infatti, il documento conclusivo: ”Sviluppo, lavoro, welfare: il decalogo del Pd per il diritto unico del lavoro”, proposto da Stefano Fassina, responsabile nazionale dell’economia - nel cui testo non vi è alcun riferimento al contratto unico - è stato approvato con una cinquantina di voti favorevoli e ben 42 astensioni.

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Le modifiche alle intercettazioni .

Notizia n° 1030   del: 25-07-2010 [18:16]   Autore: Raffaelepirozzi
 

LE MODIFICHE ALLE INTERCETTAZIONI. PUBBLICAZIONE DELLE STESSE "SOLO SE RITENUTE RILEVANTI A FINE INDAGINI

di Lopreiato Antonella

 

Le intercettazioni sono motivo di dibattito all'interno del governo che stamane da parte del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, aprono un argomento che è "scandaloso". Il Presidente utilizza questo termine col fine di dare sfogo ad "una legge che alla fine - per lui - sarà come prima, senza nessun cambiamento sostanziale". In realtà il premier si era riproposto di creare una legge che garantisse la segretezza delle indagini. "Il divieto delle pubblicazioni delle intercettazioni sino alla conclusione delle indagini", in altre parole, con queste conclusioni ci sarebbe l'obbligo del segreto delle intercettazioni che però nel corso delle indaggini "cade" nel caso in cui il fatto risulti rilevante. E Berlusconi risponde: "L'Italia non sarà un Paese civile" ciò significa che un italiano non sarà libero a parlare al telefono perciò non siamo un Paese civile ma uno scandalo assoluto poichè un privato senza aver commesso reato alcuno, potrà essere registrato e vedere le proprie conversazioni finite sui giornali magari con una conversazione diversa perchè è stata tagliata una frase o una parola così da porlo in condizioni diverse da quelle effettivamente reali, poichè il senso cambia.

 

''La battaglia sulle intercettazioni - prosegue Berlusconi - ci porta fuori i difetti della nostra democrazia, costruita con una architettura costituzionale non in grado di produrre interventi di ammodernamento e democratizzazione. Le leggi - ha concluso - non piacciono a certa magistratura di sinistra e il popolo non conta più nulla''.

 

Le procedure a confronto con un decreto che va menzionato ed approvato, sono difficili da rappresentare come utile obiettivo da parte dell'intero Governo, poichè sono contestualizzate da innumerevoli "no" dell'opposizione che reputano inaccettabile se non rivedibile l'emendamento ancora molto delicato se non prematuro per essere approvato. Queste rinunce arrivano non solo dal partito di opposizione ma anche da Fini che reputa l'emendamento privo di libertà poichè egli stesso afferma: "voglio un paese libero, dove i giornali scrivano quello che è dovuto, incluso le intercettazioni, sotto la loro diretta responsabilità"."voglio un Paese con stampa libera".

Con l' "udienza filtro", gip, accusa e difesa, decideranno quali parti dovranno essere pubblicate e quali invece serrate, sempre trovando un accordo comune alle parti. Come già detto sopra, si afferma il principio che nel corso delle indagini l'obbligo del segreto per le intercettazioni cade ogni qualvolta ne sia stata valutata la rilevanza.

Il sottosegretario Caliendo ha presentato l'emendamento secondo il quale: "Le intercettazioni saranno coperte da segreto fino alla conclusione della cosiddetta 'udienza-filtro' " ma l'Italia dei valori chiede una mozione di sfiducia per l'esponente dell'esecutivo essendo egli stesso -secondo gli esponenti del partito - una figura inopportuna, visto i suoi ultimi precedenti che lo vedrebbero coinvolto nell'inchiesta sulla P3.


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Altro Comunicato Stampa della FIOM Nazionale.

Notizia n° 1029   del: 13-07-2010 [19:21]   Autore: Raffaelepirozzi
 

COMUNICATO STAMPA DELLA FIOM /CGIL NAZIONALE


Fiat/2. Fiom: ancora scioperi alla Sata di Melfi e alla Ipca di Grugliasco. Scesi in lotta anche i lavoratori della Iveco di Suzzara, della Cnh di San Mauro Torinese e della Magneti Marelli di Rivalta


Sono proseguite anche oggi, in diversi stabilimenti del gruppo Fiat, le iniziative articolate di lotta che hanno avuto inizio la settimana scorsa. Al centro degli scioperi di questi giorni, l’accavallarsi di questioni che stanno agitando la vita del Gruppo.

Ai problemi del minacciato taglio del Premio di Risultato, una cui tranche è attesa per la fine di luglio, e alle questioni connesse all’accordo separato relativo allo stabilimento di Pomigliano d’Arco, si sono aggiunte le improvvide iniziative assunte dall’Azienda. Ci riferiamo, innanzitutto, alla decisione, unilateralmente presa dall’Azienda stessa, di aumentare del 10% la velocità delle linee di montaggio negli stabilimenti auto di Cassino (Frosinone) e di San Nicola di Melfi (Potenza). A Cassino, dopo un’immediata risposta di lotta, l’Azienda ha receduto dal suo disegno. A Melfi, invece, è andata avanti.

A tutto ciò si è aggiunta un’inattesa recrudescenza di iniziative disciplinari. Alla Sata di Melfi, come è noto, la Fiat ha proceduto alla sospensione cautelare di due delegati e di un terzo lavoratore, con motivazioni giudicate prive di fondamento da parte sindacale. Inoltre, stamattina un impiegato, delegato sindacale Fiom, ha ricevuto a Mirafiori una lettera di licenziamento basata su motivazioni non meno pretestuose di quelle utilizzate a Melfi.

Oggi è stato quindi attuato uno sciopero di due ore alla Magneti Marelli Sospensioni di Rivalta, in provincia di Torino. In questa stessa provincia, un’analoga iniziativa di lotta è stata assunta, per il secondo giorno consecutivo, anche in un’altra azienda del gruppo Fiat: la Ipca di Grugliasco. Infine, un’ora di sciopero è stata effettuata anche alla Case-New Holland (Gruppo Fiat) di San Mauro Torinese.

Su invito della Fiom, sono stati poi effettuati scioperi di due ore per turno, con assemblea esterna allo stabilimento, anche alla Iveco di Suzzara, in provincia di Mantova.

Scioperi sono stati effettuati anche alla Sata (Fiat Auto) di Melfi. Qui la situazione è stata resa particolarmente tesa dal fatto che la Fiat non ha ancora comunicato cosa intenda fare al termine del periodo di sospensione comminato ai tre lavoratori colpiti da un immotivato provvedimento disciplinare.

Come già annunciato, la Fiom ha proclamato quattro ore di sciopero generale nel Gruppo Fiat per la giornata di venerdì 16 luglio.


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Comunicato Stampa della fiom /CGIL Nazionale sulla Fiat.

Notizia n° 1028   del: 13-07-2010 [18:25]   Autore: Raffaelepirozzi
 

COMUNICATO STAMPA DELLA FIOM NAZIONALE


FIAT. FIOM: “L’AZIENDA SCEGLIE LA STRADA DELLO SCONTRO FRONTALE CON SOSPENSIONI E LICENZIAMENTI. IL 16 LUGLIO SCIOPERO DI 4 ORE IN TUTTO IL GRUPPO PER IL RITIRO DEI PROVVEDIMENTI”


La Fiom-Cgil nazionale ha diffuso oggi il seguente comunicato.


“Dopo Pomigliano, la Fiat ha scelto la strada dello scontro frontale sui diritti procedendo a sospensioni e licenziamenti di delegati e lavoratori iscritti alla Fiom.”

“Questa mattina ad un giovane impiegato delegato sindacale a Mirafiori è stata recapitata una lettera di licenziamento con la motivazione della rottura del rapporto di fiducia. Inoltre, a Melfi l’Azienda rifiuta di ritirare il provvedimento di sospensione a due delegati sindacali e ad un lavoratore, con la minaccia di passare nelle prossime ore al loro licenziamento.”

“La Fiat considera inaccettabile che i delegati possano informare i lavoratori e contestino con lo sciopero gli aumenti dei carichi di lavoro - a Melfi in contemporanea al ricorso alla Cassa integrazione - al di fuori delle regole e degli accordi sindacali in vigore.”

“Se qualcuno avesse ancora dubbi, Pomigliano non è un caso isolato. E’ una precisa scelta della Fiat che pensa di usare la crisi per imporre in tutti gli stabilimenti del Gruppo una logica autoritaria e antisindacale nella gestione della produzione e delle fabbriche, cancellando non solo il Contratto nazionale, ma soprattutto il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a contrattare collettivamente la loro condizione lavorativa.”

“Inoltre la Fiat pensa di tagliare ulteriormente il salario dei lavoratori, già falcidiato dalla ricorso alla cassa integrazione, rendendo incerta l’erogazione del saldo del Premio di Risultato, che in ogni caso sarà inferiore a quanto corrisposto nel 2008 e nel 2009.”

“Di fronte a tali gravi e inaccettabili comportamenti della Fiat, la Fiom-Cgil ricorrerà a tutti gli strumenti giuridici di tutela dei diritti dei delegati e dei lavoratori e proclama 4 ore di sciopero generale nel Gruppo Fiat per venerdì 16 luglio 2010.”

“Chiediamo alla Fiat di ritirare i licenziamenti ed i provvedimenti di sospensione e di rispettare gli accordi aziendali in vigore nel Gruppo stipulati unitariamente per la tutela del salario ed il controllo sulla organizzazione del lavoro.”




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Fiat di Pomigliano: il punto di vista del segretario generale della CGIL di Napoli.

Notizia n° 1027   del: 12-07-2010 [19:35]   Autore: Raffaelepirozzi
 

IL PUNTO DI VISTA SULLE VICENDE FIAT DEL SEGRETARIO DELLA CAMERA DEL LAVORO DI NAPOLI.



Ho lavorato a Pomigliano fino agli anni '80, conosco bene quella fabbrica, le sue particolarità, i suoi problemi, la sua indole. Pomigliano non è soltanto un centro di produzione automobilistico. È un simbolo, un'idea, un retaggio che persiste e insiste.

È lo stabilimento Fiat più sindacalizzato, quello più tumultuoso che alcuni, a torto, definiscono, il peggiore d'Italia. Eppure sia nel progetto della nuova Pomigliano, di appena due anni fa, che nelle ultime vicende, i lavoratori del Gian Battista Vico hanno dato, nonostante gli attacchi di molti, in primis dell'amministratore delegato del Gruppo Fiat, Sergio Marchionne, e del Ministro al Welfare, Maurizio Sacconi, una prova di grande responsabilità e di rispetto per la democrazia.

Con la massiccia partecipazione dei lavoratori dello stabilimento e dei settori in crisi campani allo sciopero generale del 25 contro la manovra finanziaria, hanno dimostrato al Governo che non è possibile usare la crisi per cancellare i diritti e la dignità del mondo del lavoro, nonostante i continui attacchi della maggioranza politica alla Costituzione e allo Statuto dei lavoratori, in ultimo con lo scempio del ddl lavoro.

Il referendum svoltosi alcuni giorni fa a Pomigliano ha segnato una partecipazione massiccia dei lavoratori con il 95% dei votanti e consegnato alla Fiat, con il 62,3% dei consensi, un risultato che l’azienda non si aspettava.

I lavoratori si sono espressi per il proseguimento della trattativa e per gli investimenti sullo stabilimento (700 milioni per la produzione della nuova Panda) ed è su questa strada che bisogna proseguire. Del tutto fuori luogo, l'ipotesi di trasferire il progetto della Panda in Polonia (il cosiddetto piano B) oppure quella di costruire una nuova newco (piano C). Un'operazione, a cui sono convinto, la stessa Fiat non crede.

La CGIL di Napoli insieme a quella campana, ha espresso la propria convinzione per il sì ed io in particolare l'ho affermato in tutti i momenti, sia durante le riunioni con Epifani e Landini, sia nell'attivo tenutosi in CGIL alcuni giorni fa.

L'ho fatto perché, poiché quella fabbrica la conosco bene, mi sono reso conto che il rischio che correvamo e corriamo tuttora, è quello di rimanere fuori gioco. E proprio per scongiurare una tale possibilità, bisognava costruire un equilibrio tra la certezza dell'investimento e la difesa dei diritti.

Noi abbiamo bisogno che questo investimento venga mantenuto senza ripensamenti.

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Adesione di www.notiziesindacali.com alla giornata di silenzio.

Notizia n° 1026   del: 09-07-2010 [11:38]   Autore: Raffaelepirozzi
 

La Federazione nazionale della stampa italiana ha proclamato per il 9 luglio una giornata di silenzio per protestare contro il disegno di legge Alfano “che limita pesantemente la libertà di stampa – ricorda la Fnsi - e prevede pesanti sanzioni contro editori e giornalisti che danno conto di fatti di cronaca giudiziaria e indagini investigative”. Notiziesindacali.com aderisce alla giornata di silenzio. Le modalità dell’astensione comunicate dalla Fnsi: i giornalisti dei quotidiani, dei service e delle strutture sinergiche nazionali e locali si asterranno dal lavoro nella giornata di giovedì 8 luglio per impedire l’uscita dei quotidiani nella giornata di venerdì 9 luglio; i giornalisti delle agenzie di stampa, si asterranno dal lavoro dalle ore 07.00 di venerdì 9 luglio alle ore 07.00 di sabato 10 luglio; i giornalisti delle testate web e dei siti on-line, ancorché collegate a testate stampate, quotidiane o periodiche, si asterranno dal lavoro dalle ore 06.00 di venerdì 9 luglio alle ore 06.00 di sabato 10 luglio. I comitati ed i fiduciari di redazione delle stesse testate e degli stessi siti sono chiamati verificare, con le rispettive direzioni, la possibilità di oscurare nella stessa giornata la parte informativa della testata o del sito sostituendola con comunicati, immagini illustrative ed informazioni sulle iniziative sindacali per il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini all’informazione; i giornalisti free-lance, i collaboratori ed i corrispondenti si asterranno dal lavoro secondo le modalità previste per i giornalisti della testata per la quale prestano la loro opera; i giornalisti degli uffici stampa si asterranno dal lavoro per l’intera giornata di venerdì 9 luglio; i giornalisti dell’emittenza radiotelevisiva pubblica e privata analogica e digitale, nazionale e locale, dei giornali telematici, dei siti web, dei portali internet e dei canali tematici satellitari legati o no a network terrestri si asterranno dal lavoro a partire dalle ore 06.00 di venerdì 9 luglio alle ore 06.00 di sabato 10 luglio. Nel corso della manifestazione del silenzio, nelle emittenti radiotelevisive, saranno assicurati soltanto i notiziari in forma ridotta previsti da eventuali accordi aziendali. Pertanto, si prevede che non vada in onda nessuna trasmissione o rubrica giornalistica, né andranno in onda trasmissioni registrate in giornate precedenti, che abbiano come conduttori o protagonisti giornalisti, né avvenimenti sportivi con la cronaca di giornalisti. In ogni caso sarà assicurata la presenza dei comitati di redazione in tutte le redazioni al fine di predisporre notiziari straordinari in presenza di eventi di particolare gravità e interesse per l’utenza; i giornalisti dei periodici parteciperanno alla giornata del silenzio con astensione dalle prestazioni e sospensione dell’aggiornamento degli eventuali siti web della loro testata il giorno 9 luglio p.v. I comitati e fiduciari di redazione delle testate periodiche sono altresì chiamati a richiedere la pubblicazione sul primo numero utile della loro testata di comunicati sulle motivazioni della giornata del silenzio e a sollecitare le rispettive direzioni perché siano fatti conoscere ai lettori i motivi della protesta.

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Fiat : Melfi come Pomigliano -Scatta lo sciopero.

Notizia n° 1025   del: 08-07-2010 [15:03]   Autore: Raffaelepirozzi
 

FIAT : MELFI COME POMIGLIANO SCATTA LO SCIOPERO

L'azienda chiede di aumentare i carichi di lavoro nonostante la cig su due turni produttivi. E sospende tre operai dopo un corteo. La Fiom teme l'esportazione del “modello Pomigliano”. Mirafiori, le Carrozzerie si fermano per il premio di risultato

E' sciopero negli stabilimenti Fiat di Melfi e Mirafiori. Per motivi diversi, oggi (giovedì 8 luglio) i siti produttivi del Lingotto si sono fermati per contrastare alcune decisioni dell'azienda. Lo rendono noto i sindacati di categoria. In particolare, nella fabbrica lucana l'azienda ha chiesto aumenti di produzione, nonostante la cig in atto su due turni produttivi. Le tute blu della Cgil temono l'esportazione del “modello Pomigliano”. Alle Carrozzerie i timori sono legati all'erogazione del premio di risultato, prevista per fine mese.

Melfi, sospesi tre operai dopo corteo

A Melfi, che produce la Punto Evo, gli operai hanno scioperato sia la notte scorsa sia stamani per due ore, in percentuale molto alta secondo i sindacati, del 33% la notte scorsa e del 39% oggi secondo l'azienda. L'iniziativa è stata decisa dopo che, durante un corteo interno nel reparto montaggio, due notti fa, tre operai avrebbero impedito ad un carrello robotizzato di proseguire il suo percorso, non rifornendo di materiale gli altri lavoratori in linea. “La sospensione dei lavoratori è un gesto gravissimo e del tutto pretestuoso - dichiara il segretario generale della Fiom Basilicata, Emanuele De Nicola -. La Fiat vuole dare un segnale netto: o i lavoratori accettano le sue decisioni o finisce come a Pomigliano, cioè chi protesta rischia il licenziamento”. All'alba i lavoravoratori hanno tenuto un'assemblea davanti ai cancelli, chiedendo un incontro ai rappresentanti dell'azienda.

Cgil, chiedono aumento produttivo con due turni di cig

“Non sfugge che da giorni siamo di fronte ad uno scriteriato aumento della produzione e dei carichi di lavoro, nonostante sia in atto la cassa integrazione su due turni produttivi, con un conseguente peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro”. Lo dichiara in una nota Antonio Pepe, segretario generale della Cgil Basilicata. “Alla richiesta dei delegati sindacali di convocare un incontro con l'azienda per avere delucidazioni sulla pesante situazione in atto, la risposta è stata l'invio di tre lettere di sospensione cautelativa dal lavoro”.

Il segretario chiede “che l'azienda assuma un comportamento responsabile e democratico. Non è con le prove di forza, infatti, che si regolano le relazioni industriali, ma attraverso il reciproco riconoscimento dei ruoli e delle funzioni. È necessario - a suo avviso - che l'azienda eviti ulteriori azioni provocatorie nei confronti delle maestranze, assumendo iniziative tese a ripristinare le condizioni democratiche per il libero esercizio delle prerogative dei lavoratori e del sindacato e ritiri le lettere inviate, in quanto strumentali anche perché i fatti contestati sono inesistenti”.

Mirafiori, Carrozzerie ferme per premio di risultato

Sciopero di due ore stamani alle Carrozzerie di Mirafiori per il premio di risultato che dovrebbe essere corrisposto dall'azienda a fine mese. Procalamato da Fim, Fiom, Uilm e Cobas, l'astensione dal lavoro, secondo i sindacati, sta registrando un'adesione tra l'80 e il 90%. Inoltre, riferisce sempre il sindacato, 1.500 lavoratori sono usciti in corteo dalla porta 2. “Questo sciopero - dichiara Federico Bellono della Fiom all'Adnkronos
- evidenzia lo stato di malessere che c'è tra gli operai sulla situazione Fiat. Inoltre in un momento in cui i redditi sono già pesantemente compromessi dalla cassa integrazione, il silenzio dell'azienda sul premio di risultato preoccupa molto”. I sindacati di categoria temono che l'azienda possa escludere gli aumenti contrattuali dal premio di risultato, come ipotizzato nell'impianto dell'accordo separato sul modello contrattuale. “Un silenzio che preoccupa - aggiunge Bellomo -, per il rischio che il premio possa essere più basso del dovuto”.



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